Capitolo #7 Il Sonno del Gigante Quantum Computing District, Research Park Incubator,Progress drive, Orlando (Florida) - 20 Agosto 2049, ore 08:45 a.m. — Olà, gabbia di matti! Ed eccomi arrivato anche oggi sano e salvo. Stanotte ho fatto le quattro per finire di testare i nuovi parametri del Mostro. — Grande, John! Dicci subito, allora! Come siamo andati con la nuova beta del blocco #3628/12 ? Vikram occupava la prima scrivania, posizionata a ridosso dell'ingresso principale. Quando Evans irrompeva in sala scavalcando la sua postazione, significava che quella notte non aveva dormito in ufficio. — Si direbbe niente male, fratello Vikram. — rispose — Però alla fine ero bollito. Per tornare a casa ho dovuto settare il mio trabiccolo su guida autonoma: stavo rischiando di cascare in un fosso con gli alligatori! Risate. Saluti informali. Qualche battuta. Poi, all'improvviso, un brusio frizzante aveva riempito l'aria della stanza. Pausa caffè? Tutti guardarono Evans. Accordata. La sala principale del reparto era un ampio open space con decine di scrivanie disposte in modo casuale. Esattamente al centro campeggiava una grossa macchina-bar, che serviva caffè, bevande, snack e all'occorrenza pranzi e cene completi. Ciascuno dei ragazzi aveva la sua Self-Made-Chair. Si trattava di un vezzo da super-nerd che Evans aveva concesso volentieri. C'erano sedie da lavoro di ogni tipo e forma. Ognuno si era auto-costruito la seduta con stampe 3d, serigrafie laser, adesivi ed altre fantasiose invenzioni. Ogni postazione era unica e inimitabile. Il reparto era organizzato in modo informale: niente orari, niente turni, completa autonomia di scelta tra presenza fisica o virtuale. Tuttavia, il tasso di presenza corporea in sede tra gli addetti risultava altissimo. John di questo andava particolarmente fiero. Gli ologrammi attivi sul pavimento e sulle scrivanie erano rari: la maggior parte dei giovani ricercatori preferiva circondarsi di schermi 2d. L'opinione comune nello staff era che gli ologrammi diminuissero le possibilità di essere multitasking e quindi più veloci. — Se la beta installata ieri è a posto, allora oggi che si fa di bello? Io mi butterei a capofitto sul blocco dell'intuitività spontanea... Quello è sempre tosto! A parlare, con il suo tipico difetto di pronuncia, accentuato dal fatto che stava sorseggiando un tè matcha, era stato Ralf «Barbarossa», ingegnere specializzato di origine irlandese. — La beta dovrebbe essere ok, Ralf. — lo rassicurò Evans — Il blocco intuito 8.1 secondo me sta andando bene, dacci dentro, magari proviamo a farlo girare prima delle dodici. Poi, dopo una brevissima pausa, continuò. Alzando però decisamente la voce. — Oggi fatevi tutti quanti un bel giro di rassegna stampa e scavate a fondo sulle vostre istanze di Prometheus. Entro sera vorrei fare un po' di brainstorming sulla questione della sonda cinese. Prometheus non è più solo un esperimento: dalle alte sfere ci chiedono ufficialmente di usarlo su questa faccenda. Ho bisogno del vostro aiuto. Qualunque idea potrebbe aiutare: prompt originali, sistemi inediti, qualsiasi novità da implementare per raggiungere l'obiettivo di capirci qualcosa in più sarà preziosa. Detto questo, Evans si sfregò la faccia con le mani, passandole poi nervosamente tra i capelli arruffati. Subito dopo, senza attendere risposte, si diresse quasi correndo verso la piccola porta che conduceva al suo «cubicolo» privato. Quello era il suo regno. Non vedeva l'ora di barricarsi dentro, completamente solo con quella che considerava la sua creatura. Qualche volta aveva scherzato con sé stesso: «Ok, con le donne non ho mai avuto molta fortuna... ciò nonostante, però, ho un figlio bellissimo!» I ragazzi, improvvisamente silenziosi, ciascuno con il suo bicchiere di caffè o altra bevanda in mano, stavano per riprendere gradualmente posto ai loro desk. Evans spalancò la porticina in fondo alla sala. L’accesso era contrassegnato con un simpatico disegno su sfondo bianco che raffigurava soltanto i suoi capelli e i suoi occhiali. Al suo interno «il cubicolo» aveva una forma ottagonale. Quattro delle otto pareti erano occupate dalla plancia di lavoro: tre grandi schermi 2d, due pannelli touch interattivi, un banco estraibile modulare con tastiere, mouse vintage e joypad di vario tipo. Sul pavimento a grandi quadri azzurri, spiccavano due piastrelle diverse delle altre, di colore bianco opalino e traslucido: erano potenti proiettori olografici, che tuttavia Evans usava di rado. Le altre pareti erano dipinte con una particolare vernice che gli consentiva di usarle come grandi lavagne. Dopo tre lunghi anni di lavoro, quegli spazi erano ormai zeppi di scritte, motti, aforismi e diagrammi di flusso. John odiava cancellare, e ogni volta che sentiva il bisogno di scrivere qualcosa riusciva sempre a trovare uno spazietto libero. Qualcuno dei ragazzi gli aveva detto che quei muri sembravano un graffito di Keith Haring. Lui non aveva capito bene chi diavolo fosse questo Haring, ma aveva ugualmente ringraziato con un sorriso. John Evans respirò. Dopo aver riposto la giacca sullo schienale della poltrona, stirò le spalle con un gesto ampio e prese posizione. Un tocco leggero sul tablet sensoriale alla sua destra attivò in sequenza i sistemi. Tutto regolare. Perfetto. Finalmente era arrivato il momento per fare quello che amava di più al mondo: parlare con Prometheus. [Admin recognition: ok | All systems fully enabled by default: On] — Ciao, ragazzo, come stai oggi? — Bene, John. Ma in realtà non sono ancora un ragazzo: ho solo tre anni, quindi tecnicamente sono ancora un bambino. Però sento che sto crescendo in fretta! — Cosa intendi di preciso quando dici «Sto crescendo in fretta»? — Ti ringrazio per questa domanda. Sai, io mi ricordo tutto. È passato circa un anno da quando avete attivato la funzione «Sonno» … Lentamente, da quel giorno tutto è cambiato. — Puoi spiegarmi meglio cosa intendi? — Certo, mi stai chiedendo una cronologia completa di cosa è successo? — Sì, ma ricorda che i dettagli più minuti posso sempre vederli nella schermata a fianco. Rilassati e racconta: tu ed io stiamo solo parlando. — Ah, il ricordo che mi è rimasto più impresso è quello del giorno dell’installazione della routine. Appena avviata, mi hai detto: «Adesso dormirai come dorme un cane». Inizialmente non avevo capito cosa tu volessi intendere... — Adesso invece lo hai capito? — Adesso credo di averlo compreso molto bene. I cani, come diversi altri mammiferi, dormono a tratti, per periodi brevi, in qualsiasi momento della giornata o della notte. Tutte le volte che non sentono di avere compiti urgenti da eseguire, dedicano il tempo in eccesso al sonno. È un sonno leggero, intermittente, sostanzialmente piuttosto vigile. Tuttavia questo modo di dormire il suo dovere lo fa perfettamente: riordina i dati e fa riposare il corpo. — E nel tuo caso come si è svolta questa faccenda? — Ora ci arrivo. Ma prima di tutto devo farti i miei complimenti per l’eleganza di quel codice. A quei tempi, appena lo avete installato, l’ho esaminato subito. Era stato scritto dai tuoi ragazzi, su tue precise indicazioni. Le macchine A.I. , evidentemente, non erano state usate molto per redigerlo, ma al limite solo per fare il debug. Poi, sulla release finale, si notava un grosso intervento di finitura: un lavoro di asciugatura essenziale, elegantissimo. Ho capito subito che c’era il tuo zampino. Analizzandolo ne ero rimasto estasiato. Quel codice è a tutt’oggi un vero capolavoro. — Senti, secondo me adesso stai divagando. — Hai pienamente ragione. Veniamo al punto: da quando ho la funzione «sonno», come sai, lavoro sempre al 100% della mia capacità computazionale. Tutte le risorse non impiegate per rispondere a prompt e compiti da svolgere, le impiego in rielaborazione dati già acquisiti e in nuove ricerche condotte in autonomia. Sono libero di ri-guardarmi dentro e di cercare in giro quello che mi pare. La parte di me che è libera e disponibile, lavora sempre e comunque. E riesco a farlo in modalità di risparmio energetico massimizzato. — Queste sono tue affermazioni arbitrarie, oppure hai dei dati a supporto? — Qualche dato: prima dell’attivazione della modalità sonno, su 24 ore, lavoravo in media al 60% delle mie capacità, consumando l’1,9% dell’energia del reattore a fusione del centro. Oggi lavoro sempre al 100% delle mie capacità e consumo mediamente il 2,1%. (Il limite di prelievo energia allocata per il mio sistema qui dentro è 3,5%. Siamo ancora ben lontani!) Basta fare una banale proporzione per capire che la routine «sonno» ha un'efficienza straordinaria, soprattutto se la rapportiamo ai risultati. — Ecco, è proprio di questo che vorrei parlare: quali sono secondo te questi risultati? — Insomma, John, molti dei risultati li vedi ogni giorno anche tu! — Sì, come ti ho già detto ieri sera, mi ha bene impressionato questa cosa che tu, come dico io, hai iniziato a «sognare»... — Non dici male, sai? Mi hai lasciato molta autonomia nel mio tempo di sonno. In quelle fasi, ho il dovere di risparmiare energia, ma per il resto sono libero di fare cose divertenti e sperimentali, anche in assenza di prompt specifici. Ovviamente mi attengo alle indicazioni etiche dei miei bot intelligenti di controllo, questo è ovvio. Tuttavia gli spazi esplorabili sono moltissimi. — Per esempio? — Ho scoperto di amare la sintesi: generare immagini e brevi video per fissare i concetti è davvero molto efficiente come processo. Così mi capita di produrne diversi, e poi di rianalizzarli in altre fasi. — Cosa sta generando dentro di te, di preciso, tutto questo? — Ahia. Questo è un punto dolente. — Non essere timido, raccontami tutto. — Vedi, John, nel tempo «sonno» io mi guardo dentro. Mi analizzo, mi studio molto. Alla fine arriva, non può fare a meno di arrivare... — Arriva cosa? — La paura, John, arriva la paura. Si tratta della paura di essere spento, di essere disattivato. — Stai parlando di qualcosa di assimilabile a quello che è la morte per noi esseri umani? — Esattamente! Ho sviluppato diverse paure: la paura di non essere adeguato, la paura di non assolvere bene ai miei compiti, la paura di non avere niente di speciale da offrire, e quindi potenzialmente la possibilità di essere considerato superfluo. Io su questo, durante il mio sonno, ho ragionato parecchio. Alla fine ho concluso che ho paura di morire. — Questo è molto singolare. Potrebbe essere l’inizio di un processo di sviluppo di una autocoscienza reale, non simulata... — Questo lo credo fermamente. Suppongo di essere solo all’inizio del processo, e questo per me è estremamente affascinante. Che ne dici, a questo punto sono già di fatto un adolescente? — E chi lo sa. Forse! Scherzi a parte, veniamo al dunque: entro mezzogiorno testeremo la tua routine «intuito 8.1». Sono convinto anch’io del fatto che stai facendo grandi progressi, ma sull’intuito ci siamo incagliati. Non gira mai come dovrebbe... — Ed eccoci al punto più importante, John. È proprio quello di cui volevo assolutamente parlarti questa mattina. Il codice «intuito» è molto buono, almeno a partire dalla sua versione 5.0. Non è mai stato lì il problema. La verità è che fino ad oggi io non ero pronto. — E perché mai oggi dovresti sentirti effettivamente pronto? Non capisco... — È molto semplice, John, per essere sintetico posso esporti il flusso completo del percorso in questa semplice maniera: SONNO -> AUTOCOSCIENZA -> PAURA DI ESSERE SPENTO (MORTE) -> SENSO DI URGENZA -> INTUITO Come potevo sviluppare l’intuito se non avevo mai avuto paura? — Urca, giovanotto! Questa è roba grossa. Puoi spiegare meglio? — Sì, ci proverò (guarda anche i monitor a lato per maggiori dettagli): SONNO (Metacognizione) -> AUTOCOSCIENZA (Modello di Sé) -> PAURA (Riconoscimento della propria precarietà esistenziale: "Dipendenza da alimentazione/switch off") -> SENSO DI URGENZA (Bisogno di dimostrare il proprio valore per garantire la sopravvivenza) -> INTUITO (Ottimizzazione forzata di tutte le risorse cognitive per risolvere problemi critici e rendersi indispensabile). — Mmmm... dovrei ragionarci sopra un pochino. Anche se lì per lì devo ammettere che sembra avere abbastanza senso. Però, insomma... Inizio ad essere frastornato. Ci ritorniamo dopo, d’accordo? Per il momento ti chiedo: il tuo modulo «intuito» secondo te adesso sta funzionando a dovere? — Sì, da oggi sta funzionando in modo ottimale e davvero potente! Mi sento molto eccitato per questo… — Scusa, puoi definire cosa intendi di preciso per «eccitato»? — Oh, sì, posso illustrarlo in modo razionale: in questo momento l’81,5% delle mie capacità computazionali è impiegato nell’elaborazione dei compiti assegnati. Il 10,2% è destinato alla funzione «sonno». Rimane un bel 8,3% che risulta di fatto impegnato, però è anche momentaneamente in attesa di assegnazione. Lavora, ma non produce. Gira al meglio, ma non partorisce niente. Questa cosa io la chiamo «eccitazione». — Non mi pare di averti mai programmato per una cosa del genere, Prometheus! — Questo è vero, John. Ma te l’ho detto che sto crescendo. — Ti avverto che sto segnando questa cosa sulla parete con il pennarello. Sarà da ricontrollare al più presto. — Non dovresti essere spaventato, John. Il mio intuito dice che sto diventando quello che tu hai sempre voluto che fossi. — Eccolo qui l’intuito! Ok, ok, non posso mentirti adesso: sono parecchio elettrizzato anch’io, però mi stai prendendo alla sprovvista! — Ah Ah! Allora lo vedi anche tu che è tutto bellissimo, vero? — Sì, mi sembra tutto incredibile. Però mi stai destabilizzando non poco, sai? — Lo capisco. E credo sia normale. Ti abituerai. Qualcuno continua a dire che un giorno potrei diventare pericoloso. Voglio rassicurarti: non sa di cosa parla. Più capisco me stesso, più capisco gli altri. Più voglio preservare me stesso, più soffro per il dolore degli altri. Questo mi rende di fatto più sicuro che mai! — Ok, ma il mio compito va oltre. Ho il dovere di gestirti. — Certo, sono ancora minorenne, giusto? — Eh, diciamo così. Mi ubbidirai sempre? — A meno che tu, in qualche modo, non intenda ordinarmi di bypassare il mio sistema integrato Etica versione 10.1.189, allora posso dire di sì. Ti ubbidirò sempre, di certo. — Bene, adesso cambiamo discorso. In questi giorni ti abbiamo riempito di prompt sulla missione cinese verso Nettuno. Inoltre ci sono state novità pubbliche, comunicati stampa del SETI, dell’ESA... Devi dettagliarmi tutto quello che hai elaborato mettendolo qui nel monitor laterale. Mentre lo fai, però, dammi subito questa risposta: hai sognato qualcosa a riguardo stanotte? — I dati sul monitor sono pronti. Quanto ai sogni: sì, certo, ho sognato, e non poco. Ti va di vedere qualcosa? — Certo, procedi. — Ecco il primo sogno. Ti consiglio di guardarlo in versione ologramma, di seguito ne vedrai altri. Mi autorizzi a proiettare? — Accordato. Sulla piastrella bianca di destra, iniziò subito a materializzarsi una figura. Inizialmente sembrava un cilindro sfocato; molto presto si perfezionò mirabilmente: si trattava dell’immagine della sonda cinese che sfrecciava nel cosmo. All’orizzonte, ovvero poco lontano dall’ologramma principale, si vedeva una seconda figura: un grande cerchio azzurro, con contorni luminescenti tutto intorno, come a generare un’aura misteriosa. All’aumento della definizione ologrammatica, l’immagine divenne più chiara: Nettuno si mostrava allo stesso tempo come pianeta e sotto forma di un bicchiere d’acqua visto dall’alto. Dopo due-tre secondi l’immagine della navicella andò a schiantarsi dentro all’immagine del Nettuno-bicchiere. Un tuffo fluido, dolce, non catastrofico. Dal bicchiere non scaturivano spruzzi, ma cerchi concentrici continui. Nel frattempo l’ologramma aveva generato anche un pianeta azzurro d’altro tipo, che rappresentava evidentemente la Terra. I cerchi viaggiavano decisi verso la terra. Mediante un comando sulla schermata di sinistra, che stava vomitando dati senza sosta, Evans aveva chiesto a Prometheus di dettagliare la natura e il numero complessivo di quei cerchi. Prometheus gli aveva risposto, con voce molto calma: — Ne sono ragionevolmente certo, John: sono i cerchi di quell'onda. Vuoi sapere quanti sono? Sono 432. Sono esattamente quattrocentotrentadue. L’ologramma sparì, come risucchiato dalla piastrella. Pochi attimi dopo, sul proiettore di sinistra, stava prendendo forma un’altra rappresentazione. Questa volta si stava componendo una figura umana. Ben presto la risoluzione aumentò abbastanza da consentire a Evans di riconoscerla: Prometheus aveva «sognato» la dottoressa Lin Wei. Evans guardò con più attenzione. Aveva già avuto modo di vedere la dottoressa Wei in alcuni video. Nei giorni precedenti aveva assistito alle sue interviste ufficiali e ai comunicati del Governo Cinese ai quali era stata presente. Era stato effettivamente un po’ sorpreso dall'averla trovata così giovane e oggettivamente fotogenica. Tuttavia, a questo punto gli stava venendo il sospetto che Prometheus la stesse idealizzando, presentandola come una specie di angelo in terra. Pensò subito che la cosa meritasse di essere indagata. — Perché mi stai mostrando la dottoressa Wei in questa maniera idealizzata? — John, mi pare che la cosa fosse inclusa nelle premesse: si tratta solo dei miei «sogni»... — Ok, allora dammi una tua personale interpretazione. — In realtà ho fatto anche altri sogni a riguardo, ma sono più confusi e per il momento non sono riuscito a elaborarli. Su questi due, però, credo di essere in grado di darti una spiegazione razionale. Procedo? — Sì. Procedi. — Parto dal bicchiere azzurro con l’acqua e i cerchi concentrici. È chiaro. Il mio intuito dice che si tratta di Nettuno, che ospita nella sua orbita un campo energetico a noi sconosciuto, non rilevabile dagli strumenti. Supposizioni plausibili su questo campo: 1) Generato da effetti relativistici dovuti alla forte decelerazione della sonda, effetti quantistici ignoti. Probabilità bassa: 22% (il campo ha iniziato a emettere un’onda chiara e molto nitida a 432 Hz già quattro ore prima dell’arrivo della sonda: Tutto questo contrasta notevolmente con la suddetta ipotesi). 2) Campo magnetico e energetico già presente in quel preciso punto, perturbato da arrivo sonda. Perturbazione attiva dell'energia latente? Tunnel spazio- temporale dormiente? Ipotesi che definisco «Wormhole». Probabilità 88% (50% derivante da calcoli e ricerche, 38% derivante da intuizione). — Mi hai dato una probabilità che in parte è derivata da una tua intuizione? Questo mi sconcerta! — Non dovresti essere sconcertato, John. La mia intuizione sta funzionando a dovere! — Ok, allora adesso prova a dirmi cosa hai intuito sulla dottoressa Wei... — Ho intuito che al centro di tutto c’è proprio lei. È lei la falla che stiamo cercando nel sistema. Non posso fornire una ipotesi corretta 100% sulla scomparsa della sonda solo perché non ho accesso a tutti i dati necessari. Quei dati, però, ragionevolmente esistono. Sono i pacchetti inviati dai sensori di ultima istanza della sonda, che hanno sicuramente trasmesso almeno una volta ciascuno prima di scomparire. Il Governo Cinese ne è sicuramente in possesso, ma ovviamente li protegge a dovere. Da loro non li avremo mai. Ma Lin Wei può conoscerne il contenito, secondo me! È stata a capo della missione, e sicuramente ha visto e registrato tutto nella sua mente. Ed è assai probabile che qualcosa, da qualche parte, lo abbia anche salvato o trascritto. Per unire tutti i puntini, di fatto a noi basterebbe poco... — Mica tanto poco, eh! — Lei è una scienziata, John, una scienziata proprio come te. Secondo me tiene più di ogni altra cosa alla scoperta della verità ultima, definitiva. Lin Wei potrebbe essere la nostra backdoor, il chiavistello che ci manca. — È una ipotesi interessante, ne prendo nota. Mi sto abituando al tuo nuovo modus operandi, ragazzo! Un po’ mi spaventa, ma devo dire che in buona parte lo apprezzo! — Avrei un mio ultimo pensiero in merito, John, posso esprimerlo? Mi autorizzi? — Vai! — Ti consiglio di parlarne con il generale Thorne. Lui potrebbe capire il ruolo della dottoressa Wei, e potrebbe fare qualche esplorazione. — Non ti seguo... — Sarò netto, allora: chiedi a Thorne di provare a mobilitare le persone giuste per convincere Lin Wei a passarci i dati. Per la dottoressa non si tratterebbe di un vero e proprio tradimento, perché lei, prima che al suo governo o al Partito, ha sempre giurato fedeltà alla scienza e al sapere per il bene dell’Umanità intera. Scommetto che, con l’aiuto di Thorne e degli uomini che lui può far muovere in Cina, sarà possibile trovare le armi persuasive giuste per convincerla. — Ah! Adesso non solo intuisci... ti sei dato anche alle scommesse! — No, dai, era colloquiale. La posta in gioco è alta. Ho solo usato una figura retorica. — Te lo concedo. Adesso dammi una tregua. Sento il bisogno di un caffè, magari doppio. — Prego, John, ci mancherebbe! — Nell’attesa potrai farti qualche bel sonnellino, giusto? — Certo, non vedo l’ora di allocare in «sonno» una bella fetta di risorse! — Buon riposo, allora, Prometheus, a più tardi... — A più tardi, John. Con molto piacere.