Capitolo #2 La Nave Gialla Kennedy Space Center, Florida - 8 agosto 2049, ore 08:55 a.m. A Merritt Island la giornata si preannunciava calda. Dalla grande vetrata posta sul lato più lungo della Firing Room 1 si poteva ammirare il panorama della Indian River Lagoon, illuminato dal sole. In lontananza, come spesso accadeva d’Estate, cumuli di nubi scure perturbavano l’orizzonte, preannunciando possibili temporali. La sala di controllo era stata ristrutturata di recente, in stile vagamente giapponese. Al centro campeggiava il grande tavolo ovale, soprannominato «La Nave Gialla», mentre tutto intorno le postazioni di lavoro emergevano dal pavimento in resina traslucida come grandi sassi in uno stagno. Tutti sedevano immobili e composti. — Signori, l’inizio della riunione è previsto per le ore 9.00. Mi permetto di farvi notare che sono le 08.55 e io vedo una sedia ancora vuota. Qualcuno può riferire se abbiamo un problema? Il Generale Harlan "Hawke" Thorne aveva parlato con un tono secco e diretto, piuttosto impersonale. L’uniforme dell'US Army, con quattro stelle scintillanti sul petto, era impeccabile, la cravatta grigioverde tesa come la sua postura. Capelli grigi rasati corti, spalle quadrate, collo taurino. Thorne aveva una fisicità che ricordava quella di un macigno. Al tavolo centrale per il momento avevano preso posto sette figure vestite con abiti aderenti in tessuto tecnico. Ciascuno di loro indossava almeno un capo di abbigliamento con il logo NASA. — Generale, le confermo che manca solo il dottor Evans, il quale non ci ha segnalato problemi o possibili ritardi, quindi ritengo che sarà qui entro due minuti al massimo. La dottoressa Elena Vasquez, Executive Center Director, sedeva composta, le mani strette su un tablet olografico che rifletteva la luce nei suoi grandi occhi castani. Il volto, segnato da rughe sottili intorno alla bocca, raccontava con discrezione la sua età e i capelli neri, raccolti in uno chignon, non le nascondevano la fronte. Gli abiti in NeuraSilk grigio scuro aderivano al suo corpo ancora mirabilmente tonico come una seconda pelle. Aveva parlato con gli occhi fissi sulle animazioni; poi, solo alla fine della frase, aveva distolto lo sguardo per rivolgersi al Generale. Thorne sedeva immobile come una statua di sale. D’improvviso, alzando gli occhi al cielo, si lasciò andare sullo schienale, sfiorando i sensori del bracciolo per regolare la seduta. — Ai miei tempi, a riunioni di questo livello si arrivava tutti come minino mezz’ora prima e si aspettava nella hall! — sentenziò. Subito dopo però, con voce modulata e quasi paterna, tagliò corto, richiamando a sé l’attenzione della sala. — Il report con i punti che dobbiamo discutere è davanti a voi, in tutti i formati, ologramma neurale compreso. Ripassatelo e fate in modo che vi si imprima bene nella mente. Non accetterò perdite di tempo per interrogare assistenti virtuali per questioni banali durante la seduta. La direttrice Vasquez era visibilmente a disagio: il modo in cui si mordeva l'interno della guancia tradiva il suo conflitto. Dal suo punto di vista, il fatto che fosse Thorne a condurre la riunione era una brutale invasione di campo. A rompere il silenzio arrivò l’esclamazione del Chief Logistic Coordinator, Liam O’Connor. — Generale, abbiamo un messaggio del dottor Evans! Tutti si voltarono, ansiosi ed eccitati. Thorne non fece altro che alzare un sopracciglio in modo vagamente percettibile. Le clip di vetro degli occhiali smart sulle tempie di O’Connor si erano illuminate di un bagliore appena visibile. Proseguì con voce chiara e squillante: — Evans si trova sul Nasa Causeway, ci comunica che il suo taxi dice che mancano 3 minuti e 32 secondi all’arrivo. Calcola poi altri 35 secondi per salire al piano… Seduto al suo fianco, il volto dai tratti orientali del dottor Kenji Nakamura tradiva un’espressione divertita. Gli era appena venuta in mente una battuta perfetta: «3 minuti e 32 secondi dal ponte a qui? Evans deve avere preso un taxi Cinese allora!» Nakamura stava ridendo tra sé e sé per la battuta, ma si era guardato bene dal pronunciarla ad alta voce. Più di un collega in sala lanciava occhiate imbarazzate. Lui si ricompose immediatamente. Il sole, ormai alto sulla baia, iniziava a irrompere attraverso la grande finestra-schermo. L'automatismo del vetro regolava i raggi infrarossi, creando un effetto combinato con le luci integrate nella vernice del soffitto della sala. La vetrata scorrevole di accesso si spalancò, emettendo un sibilo lieve. Esattamente quattro minuti e due secondi dopo il suo messaggio, il Dottor John Evans stava varcando la soglia della sala. Il passo era svelto e trafelato, il volto teso in un plateale sorriso imbarazzato. — Scusate. Scusate. Scusate. Scusate. Ci sono. Ci sono. Sono mortificato per il ritardo ma questi taxi Develop 2.0 mi fanno sempre impazzire, non posso fare a meno di farci una litigata ogni volta che ne prendo uno... Comunque eccomi qua, due secondi e sono pronto! John Evans aveva appena fatto irruzione nella stanza come un fulmine a ciel sereno. La mano destra tra i capelli biondicci arruffati, un contenitore bianco indefinito sotto il braccio sinistro. Non indossava capi di vestiario con logo come gli altri partecipanti: la sua giacca chiara lunghezza tre quarti faceva pensare al camice di un medico d’altri tempi, lasciando intravvedere i Jeans vintage scoloriti e una maglietta rossa con la scritta bianca «Trust in code» all’altezza del petto. — Va bene, Evans. Si accomodi, la prego. Abbiamo già un ritardo piuttosto vergognoso per una riunione di alto livello come questa. — fu la sentenza di Thorne. Il Generale era appena scattato in piedi, prendendo stabilmente il controllo della situazione. Aveva chiuso la questione del ritardo di Evans con quella singola frase; adesso stava accendendo lo schermo principale che avrebbe coadiuvato la riunione. — Iniziamo. I fatti vi sono noti. Non ho intenzione di usare eufemismi: la Cina ci ha superati. La nave sonda Lóngxìng Tàiyáng ha toccato i 296.490 chilometri al secondo. È quasi luce. Anche i dati dei nostri telescopi orbitali lo hanno confermato, non abbiamo modo di mettere in dubbio l’impresa. Il mondo sta parlando solo di quello. Le entità social non parlano d’altro. La sala era ammutolita. — L’unica magra consolazione — proseguì — è il fatto che a livello di telescopi orbitali intelligenti e di analisi dati siamo ancora molto avanti. Questo paradossalmente ci ha consentito di seguire la loro missione meglio di quanto loro stessi abbiano potuto fare. Ma rimane il fatto che lo hanno fatto davvero: Nettuno in meno di 12 ore totali, accelerazione e decelerazione comprese. A questo punto Thorne fece una pausa. Allungò una mano afferrando un bicchiere d’acqua e ne bevette un piccolo sorso. Ancora una volta nessuno osò interromperlo. — È come se un atleta Cinese alle Olimpiadi avesse fatto i 100 metri in quattro secondi e mezzo. E qui non c’è modo di appigliarsi al regolamento, al doping, all’uso scorretto di impianti artificiali… In questa gara tutto è permesso. E noi, diciamocelo cari signori, al momento non abbiamo idea di come reagire. Ancora una pausa, che sembrava studiata per aumentare l’enfasi. Anche stavolta nessuno aveva osato proferire parola. Thorne, avviandosi a concludere, ne sembrò soddisfatto. — Ma di certo non sono venuto di persona fino a qui per piagnucolare. Ora come ora ci servono proposte concrete, idee valide, analisi di fattibilità rigorose. Il mio mandato in questa giornata è esplorativo. Vasquez, vuole iniziare lei? La Direttrice Elena Vasquez era immersa nelle sue riflessioni. La NASA, pensava, è un’agenzia civile, non è mai dipesa da organismi militari. La presenza del generale continuava a sembrarle inopportuna. Tuttavia, in quanto alta dirigente, conosceva bene i retroscena: Thorne sulle questioni di esplorazione spaziale e tecnologie connesse era la massima autorità Americana. Nel tempo, la sua capacità diplomatica lo aveva aiutato a presentare il suo nuovo approccio sinergico USSF— NASA come la novità del secolo. Nell'arco di pochi mesi, era riuscito a entrare nelle grazie della Casa Bianca come pochi altri, e a porsi a un livello di confidenza con il Presidente che a molti osservatori sembrava inaudito. Il controllo che il Generale Thorne, soprannominato da qualcuno «L’Aquila di Milwaukee», poteva esercitare sulla gestione dei fondi federali era impressionante. Pur non essendo ufficializzato, il suo potere era fattuale. Vasquez, sebbene controvoglia, non poteva fare altro che tenere tutto questo in debita considerazione. Decise quindi di intervenire in tono misurato e diplomatico. — Generale, come lei ben sa, i progetti ci sono. Tuttavia mi permetto di farle notare che su Nettuno non c’è nulla. I Cinesi, nonostante i loro annunci trionfali, in realtà la sonda l’hanno perduta. La missione è stata solo uno sfoggio di tecnologia di propulsione, ma l’utilità rimane dubbia. In fin dei conti noi potremmo anche guardare altrove. Thorne le fece cenno di continuare. — Il progetto Asteroid Relay Network (ARN), ad esempio, vede la cintura degli asteroidi da esplorare per l’installazione di transponder avanzati... ARN è una missione utile, con obiettivi concreti, che può attirare anche fondi privati. Se la portiamo avanti bene può essere dirompente: i Cinesi rimarrebbero spiazzati, e noi guadagneremmo la futura supremazia nelle comunicazioni veloci in tutto il Sistema Solare... Mentre parlava, di tanto in tanto, cercava di incrociare lo sguardo del generale, seduto immobile dall’altro lato del tavolo. — Bene dottoressa, il suo intervento è registrato. Non siamo qui per decidere, tiriamo solo fuori idee e proposte. La ringrazio per ora. A questo punto: Evans, provi a dirmi qualcosa lei. Se il suo Prometheus è così potente e così intelligente come dicono, forse ci potrà dare qualche risposta interessante. Evans, preso alla sprovvista, si agitò, facendo sommuovere la poltroncina. I suoi occhi azzurri brillavano alla luce dei proiettori. Sospirava leggermente mentre faceva scivolare le mani con gesti rapidi sulla sua porzione di tavolo, impartendo comandi all'immagine olografica davanti a sé. La luce stava prendendo vita sotto forma di un avatar leggermente fluorescente di Evans stesso. L'avatar si era animato. Sfogliava pagine virtuali, spostando numeri e dati, e proiettava infine i risultati sugli schermi dei presenti e sulla vetrata-schermo principale. — Tre anni fa, signore, esordì, Prometheus ha elaborato i primi report. Da Wenchang, da Hainan, dai diversi cantieri segreti. La Lóngxìng Tàiyáng era sviluppata nella massima segretezza, ma a noi qualche dato utile è sempre arrivato. La proiezione mostrava immagini granulari: operai cinesi in tute bianche, calcoli che scorrevano. Evans continuò, improvvisamente sereno. Ormai sembrava sicuro di sé. — Abbiamo seguito ogni test. Ricalcolato ogni lancio simulato. Prometheus ha avuto abbastanza biada da ruminare. I suoi calcoli già due anni fa prevedevano con probabilità 99% il successo cinese sul record di velocità. 4,4 miliardi di chilometri in 10 ore e mezza scarse. I calcoli erano corretti. Ai tempi ho inviato rapporti alla NSA e alla CIA. Alcuni documenti si materializzarono. Intestazioni rosse: TOP SECRET. Le date: 2046, 2047, 2048. L’ologramma di Evans li stava esponendo con sfoggio di animazioni e dettagli 3D. — Ecco i 15 rapporti. I calcoli di Prometheus erano motivati e rigorosi. La conclusione più logica era che regime Cinese stesse facendo trapelare falsi segreti, depistandoci. Ma i miei superiori, la NSA e la CIA… Tutti continuavano a liquidare la cosa come glitch di Prometheus. La sala era immobile. Vasquez stava trattenendo il respiro. Nakamura aveva perso il sorriso da un pezzo. Thorne, impassibile, osservava con cura i documenti. Evans, — continuò il generale — non mi pare il caso di fare polemiche. Nessuno è infallibile, e poi questo suo Prometheus senza i report redatti degli umani sul campo non avrebbe nemmeno potuto iniziare. Non è questa la sede per certi discorsi. Quello che è stato è stato. Da oggi deve cambiare tutto, il mio mandato è ampio. Non ho mai visto il Presidente così determinato. Dobbiamo guardare avanti. I modi di Thorne erano quelli del comandante di una nave che ha ripreso saldamente in mano il timone. — Sta di fatto che voi qui alla NASA negli ultimi 10 anni avete avuto un aumento di budget del 100% per stare al passo con l’agenzia spaziale Cinese, e questi sono i risultati. Ora direi che sarebbe il caso di capire meglio a che punto siamo noi Americani sulla propulsione. La direttrice Vasquez prese coraggio e iniziò il suo secondo intervento, che ubbidiva al diktat di rimanere sul tecnico. Come sa benissimo anche lei, insieme alla United States Space Force, stiamo lavorando da tempo al progetto «Hyperion». È qualcosa di estremamente più avanzato della propulsione a vele solari/laser cinese. Negli ultimi mesi ci sono stati progressi significativi. Come noto, a Gennaio è stato compiuto il primo viaggio di un simulacro entangled in una zona remota dell’universo. La propulsione quantistica «Hyperion» è qualcosa di realmente innovativo! — Bene, prosegua pure dottoressa. — la incalzò Thorne, con un velo di sufficienza nella voce. — Stiamo immaginando astronavi che restano ferme negli hangar mentre, nello stesso momento, viaggiano a velocità superiore a quella della luce. Stiamo puntando a una tecnologia inedita che promette di aggirare la relatività. Il primo esperimento su base sub-atomica ha avuto pieno successo. Servirebbero più fondi e uno sforzo più concentrato. Forse una svolta in tempi ragionevoli è possibile... — Abbia pazienza. Siamo a livelli subatomici! — esclamò il generale, battendo leggermente il pugno sul tavolo — avete mandato una manciata di particelle chissà dove mentre un’altra manciata stava ferma in un frigorifero a Cape Canaveral. Lei sta parlando di ricerca di frontiera, non di applicazioni che possiamo ragionevolmente mettere in pista tra 48/72 mesi! — Mi scusi, ma è proprio la ricerca di frontiera a condurre nel tempo ai risultati straordinari... Gli sforzi di Vasquez per tenere la sua posizione stavano avendo ben poco successo. — Sarò chiaro, — ribattè Thorne — oggi ci troviamo nel pieno di una emergenza nazionale. La risposta Americana deve assolutamente arrivare nell’arco di mesi, non di anni. Senz’altro Hyperion non verrà abbandonato, ma non credo sia quello che ci serve adesso. In ogni caso, anche questo suo intervento è stato registrato. Aveva parlato con voce volutamente alterata, i gomiti appoggiati sul tavolo, gli occhi come due fessure puntate sulla direttrice. In sala calò per un attimo il silenzio più assoluto. Di colpo, sebbene non interrogato, Evans alzò una mano per chiedere la parola. Tutti gli occhi si voltarono a guardarlo. Mentre parlavate mi sono permesso di rilasciare in questi nuovi formati molto agevoli da consultare le ultime ipotesi e ricerche sulla questione, valutate da Prometheus sotto tutti i punti di vista, nessuno escluso. Prometheus ha masticato miliardi e miliardi di terabyte di dati, ha calcolato tutto quello che è ragionevolmente possibile calcolare. — spiegò, senza dare alcun peso allo sguardo perplesso del generale. — Ho messo una sintesi sui vostri schermi. Come vedete, c’è tutto — sentenziò con voce suadente. Poi, dopo avere armeggiato ancora un attimo con gli ologrammi, si avviò a concludere l'intervento. — Potrete leggere o ascoltare in seguito, con calma. Però, insomma… Da parte mia in questa fase posso già spoilerarvi il succo del discorso in due frasette, che ne dite? Aveva usato un termine vetusto e in disuso come «spoilerare», facendo sorridere la platea. Ma al tempo stesso la sala sembrava rapita dall'evidenza che quel dottorino spettinato, dai modi così informali e goffi, al momento giusto sapeva trasformarsi in una specie di prestigiatore della tecnologia. Evans proseguì senza esitare. — Facciamola semplice. Secondo Prometheus nei prossimi quattro anni dovremmo investire nel recupero del gap rispetto a Cina una quota del PIL USA attuale pari a quella che abbiamo investito ottanta anni fa per la prima missione umana sulla Luna. Thorne a questo punto lo fermò: — Dottor Evans, eviti la retorica, per favore. Vada al punto! Di quale nuovo progetto/missione stiamo parlando? Cosa esattamente dovremmo finanziare a questi inauditi livelli? Evans non sembrava per nulla intimorito. Senza smettere di armeggiare con i suoi dispositivi, proseguì nella spiegazione. — A livello di impatto mediatico, di coinvolgimento delle opinioni pubbliche mondiali che si agitano sui social network, niente può rivaleggiare con la potenza evocativa di una missione con astronauti umani. A qualcuno potrà anche sembrare ingenuo e magari un po’ retrò, ma non c’è niente da fare: se Nettuno è sulla bocca di tutti, niente può rivaleggiare con una Missione con astronauti umani verso Nettuno. L’impatto positivo di questa eventuale impresa è calcolato come elevatissimo: 99,6%. Praticamente dirompente. Aveva pronunciato le parole Missione con astronauti umani nell’orbita di Nettuno con una tonalità che evocava la sottolineatura. A quel punto la postura di Thorne si era fatta meno rigida. Prima di parlare il generale sorseggiò ancora un po’ d’acqua. — Bene, questo mi pare un buon punto. Niente è potente come usare veri esseri umani se vuoi creare emozioni vere tra gli esseri umani. Mi piacerebbe sentire qualche opinione in merito. — Signore, per rapportare gli sforzi a quelli fatti per l’antica missione Apollo, siamo di fronte a cifre che fanno tremare i polsi. Si tratta di circa lo 0,6% del PIL nazionale all’anno, per almeno tre anni… Oggi fanno 1,5 trilioni di dollari l’anno, miliardo più, miliardo meno, L’ordine di grandezza è quello. Ad intervenire, non senza qualche segno di timidezza ed imbarazzo, era stata Amelia Hayes, Program Manager for Financial Oversight. Tra le altre cose, la giovane Amelia era laureata con lode in Business Administration a Princeton. — Signori, — proseguì — se oggi lanciassimo un progetto di missione umana con finanziamenti di questo livello le difficoltà sarebbero enormi. Non riesco a immaginare come il Governo Federale e l'opinione pubblica potrebbero supportarlo. Inoltre mi permetto di invitare tutti a non sottovalutare i pericoli di una missione del genere. Non dimentichiamoci che la sonda cinese sembra scomparsa, come vaporizzata… Thorne annuì decisamente. — Su questo ha pienamente ragione, signorina... Hayes, giusto? Voglio dire: i dati che stanno arrivando dai nostri telescopi saranno fondamentali. Dobbiamo arrivare a scoprire cosa è successo davvero a quella sonda. Devo confessarvi che non mi sono soffermato sulla questione perché semplicemente, per il momento, non sono autorizzato a parlarne. Il clima in sala si era fatto più disteso, si respirava un allentamento della tensione. A parlare fu ancora Evans, che stava già iniziando a riordinare le sue cose. — Quindi, generale, lei crede possa essere utile fare una seconda riunione come questa alla luce delle osservazioni completamente decifrate? Nel caso mi piacerebbe esserci. Nel frattempo se vi servisse accesso a Prometheus per ottimizzare le interpretazioni delle scansioni dei telescopi sa dove trovarmi, in qualsiasi momento. — Grazie Evans, — gli rispose Thorne — non dipende da me stabilire data e modalità. Quello che posso dirvi è che tornerò di certo, insieme a un funzionario dell’amministrazione. Chi tra voi non ha avuto modo di intervenire oggi può preparare il suo intervento per il prossimo incontro. Ormai sapete su quali linee dobbiamo muoverci. L’equipaggio della Nave Gialla annuì, quasi all’unisono. La direttrice Vasquez si era alzata in piedi, accennando un sorriso di circostanza, pronta a fare le conclusioni e i saluti di rito. Il Generale Thorne, però, si stava già avviando verso la vetrata scorrevole con passo deciso. Prima di uscire tagliò corto, agitando la mano destra in segno di saluto: — Vi saluto cordialmente. Restiamo in contatto. Vi farò sapere qualcosa al più presto. Buon lavoro a tutti. Lo scorrevole si richiuse dietro di lui mentre abbandonava la stanza. Elena Vasquez, rimasta in piedi, vacillò leggermente. Le era parso di udire un fischio dal tenore straniante, che per un momento l'aveva destabilizzata non poco. Non aveva mai sofferto di acufene, né di capogiri improvvisi. Questa cosa la lasciò perplessa. Inoltre, era sorpresa dalla sua stessa reazione: non stava dando alcun peso alla palese maleducazione del Generale Thorne.