Capitolo #18 The Situation Room James S. Brady Presidential Briefing Room Complex, White House Situation Room, Washington D.C. - 29 Agosto 2050 In vita sua Elena Vasquez non aveva mai immaginato di trovarsi in una situazione del genere. Tuttavia, ragionò, se conoscessimo tutto quello che ci attende, vivere che senso avrebbe? Così, un po’ come fosse stata teletrasportata a sua insaputa, si trovava lì, in quella sterminata sala d’attesa, densa di stucchi, decori e quadri antichi, circondata da valletti eleganti e da poliziotti in tuta nera e occhiali smart. — Il direttore Adams è un brav'uomo ma, ormai da tempo, alla NASA lui di fatto è più un contabile che un direttore generale. Sappiamo tutti che la vera direttrice operativa è lei, Vasquez. — le aveva detto Thorne, con fare gentile ma fermo. — Qui c'è la delega firmata da Adams. Si tratta di partecipare a un incontro riservato con il Presidente degli Stati Uniti. Lei comprende, vero, dottoressa? — aveva concluso, ammiccando. Trascinata all'improvviso dagli eventi, si era sentita costretta ad assumere un ruolo istituzionale, che faticava a sentire suo. Come se non bastasse, a Washington la giornata si presentava grigia, anonima, schiacciata da un cielo pesante. Le vetrate della hall, bersagliate dalla pioggia sottile, mostravano l'esterno solo vagamente, privandolo di contorni definiti. In questi casi, le aveva spiegato Thorne, l'anticamera può essere lunghissima, estenuante. Così Elena, nell'attesa, ricordava. Pochi giorni prima i racconti di Cathy, appena rientrata dal viaggio a Oakland, le avevano causato un’inquietudine aggiuntiva: il mondo fuori ribolliva, e non solo metaforicamente. Il racconto le era sembrato provenire da una realtà alternativa. Cathy, tra le altre cose, le aveva raccontato che un vulcanologo italiano aveva illustrato la vicenda di un gruppo di fanatici che si erano asserragliati nei pressi di una solfatara, nella zona dei Campi Flegrei. Si proclamavano «resistenti fino alla morte» all’ipotesi di sfollamento. Il loro leader, per dare peso alla protesta, aveva messo in relazione Il Suono con un vaticinio dei Tarocchi. Cathy, ridendo, le aveva raccontato di aver dovuto cercare in sociosfera cosa fossero quelle strane carte illustrate... Per non parlare delle enormi folle in stile Summer Of Love, che gridavano «Love Is The Way», comparse a Oakland come dal nulla. Tutto questo in un convegno internazionale di scienziati. Pazzesco. Elena poi le aveva chiesto dei Cinesi. Cathy aveva riferito che l’unico delegato cinese presente aveva tenuto un lungo intervento per spiegare, dati alla mano, che la missione Lóngxìng Tàiyáng non ha niente a che fare con l’attività vulcanica in aumento. Un giornalista inglese, seduto vicino a lei e Calder, aveva commentato l’intervento con la frase in latino «Excusatio non petita, accusatio manifesta». Cathy le aveva confessato di aver dovuto chiedere lumi all’A.I. del suo bracciale per capire. Poi, ritornata improvvisamente seria, le aveva spiegato che la battuta era fuori luogo. Lei c’era, comandava la missione. Aveva visto e studiato tutto e ne era certa: non c’è alcuna evidenza di una connessione tra la sparizione della sonda e l’attività vulcanica in aumento. «La correlazione non implica causalità», aveva sentenziato. Pochi minuti dopo, l’oloschermo della postazione aveva brillato, segnalando chiamata urgente. L’immagine aveva svelato il generale Thorne, vestito in modo sorprendentemente informale, in maniche di camicia, quasi dimesso. La sua rappresentazione olografica, benché attesa, l’aveva fatta sussultare. La conversazione era stata insolitamente amichevole e confidenziale. Quel giorno Thorne era sé stesso, ma in qualche modo era anche tutt’altra persona. Aveva creduto di conoscerlo bene. Non era vero. — Generale, lei mi sta dicendo che alla Casa Bianca esiste davvero un luogo chiamato The Situation Room? — Certo, Elena. Assolutamente. Ed è proprio lì che noi due siamo invitati a incontrare il Presidente in persona. — Guardi, se avessi trovato un’ambientazione del genere in un romanzo avrei commentato che l’autore si era lasciato andare a un cliché, irrealistico e banale... — Esiste eccome, mi creda. In fondo, a pensarci bene, i cliché nascondono sempre un nocciolo di verità, non crede? Durante la chiamata il tono del generale non era stato affatto marziale. Somigliava piuttosto a un invito che, in teoria, Elena avrebbe anche potuto declinare. Il sottinteso, però, era sottile: senza dirlo, le aveva ricordato di essere una cittadina americana invitata a conferire con il Presidente in persona. Immersa nei suoi pensieri, non si era resa conto del tempo trascorso. A riportarla bruscamente alla realtà fu il movimento della folta truppa di agenti che li aveva appena circondati. L'onda di quelle tute nere li stava trascinando verso l'ascensore posto in fondo alla sala. Elena sentì la terra svanire sotto ai piedi; stava provando la netta sensazione di galleggiare. La porta dell'ascensore si aprì con un sibilo. Thorne era visibilmente teso, irrigidito, ma preparato. La invitò ad entrare per prima, poi la seguì, accompagnato da quattro di quei silenziosi uomini in nero. Tutti gli altri restarono fuori, impegnati a sussurrare comandi nei loro microtrasmettitori. L'ascensore si attivò con una vibrazione lievissima. L'accelerazione della partenza le rinnovò la sensazione di galleggiare. Solo un momento. La porta si riaprì quasi subito, ricordandole un sipario. — Rimanga accanto a me, Elena. Adesso attraverseremo il corridoio. Passeremo le scansioni uno alla volta: potrà sentire delle vibrazioni, e forse un leggero sapore metallico in bocca. Non si allarmi, è tutto normale. Thorne le aveva parlato in tono ostentatamente calmo, ma il fatto che muovesse nervosamente la mandibola, simulando l'atto di masticare qualcosa, tradiva l'emozione. Dopo avere atteso un cenno da parte degli agenti, s'incamminarono lentamente verso il portale luminescente che li attendeva. Passare il controllo avrebbe richiesto non più di cinque secondi ciascuno. Durante la scansione, Elena Vasquez non aveva percepito vibrazioni particolari, né strani sapori in bocca. Superato il varco, però, era stata colta da una strana sensazione, difficile da definire. Riflettendoci, pensò che la parola più adatta fosse «svuotamento». L'atmosfera era avvolta da un silenzio irreale. La stanza si presentava spoglia, quasi dimessa, priva di finestre. Di poco decentrato rispetto alla grande grata di ventilazione del soffitto, campeggiava un tavolo robusto, di medie dimensioni, contornato da cinque poltroncine identiche. Davanti a loro, la Situation Room si era appena rivelata. * * * Il Presidente Nathan Whitmore aveva varcato la soglia della stanza con naturale noncuranza. Poco prima del suo arrivo, però, i sommovimenti nel corridoio antistante erano stati evidenti. L’arrivo di un Presidente mette in moto una grande quantità di meccanismi, questo si intuisce facilmente. È inevitabile. — Buongiorno. Felice di incontrarvi. Durante questa riunione avrò al mio fianco il dottor Robert Klein, mio segretario personale, il professor Malcolm J. Brown, del MIT di Boston, consulente scientifico. I due uomini che accompagnavano il Presidente presero posto sulle poltroncine. Klein era un uomo minuto, molto stempiato, con due ciocche di capelli arruffati ai lati delle orecchie. Brown, al contrario, appariva prestante e atletico, in forma smagliante. Sembravano l’uno l’antitesi dell’altro. Il presidente, proseguì, con un atteggiamento che ondeggiava tra l’autoritarismo e la piena confidenza. — Prima di iniziare vi anticipo una cosa. — proclamò deciso. — Qui non si chiacchiera, non si dibatte sugli eventi. Le cose delle quali dobbiamo assolutamente parlare sono note a tutti, non perderemo tempo a riepilogarle. Questo è il luogo dove si prendono le decisioni. Elena ebbe subito una sensazione forte, che aveva però ampiamente previsto: succede sempre quando incontri di persona qualcuno che hai già visto mille volte in video e in altri media. Rimani attonita e perplessa, non puoi farne a meno. Lui è quello che ti aspettavi che fosse e al contempo è anche tutto il contrario. «Vedere dal vivo le persone famose è una sensazione assurda, che non vale nemmeno la fatica di essere analizzata con cura, perché è ontologicamente indefinibile.» era stata la conclusione del suo processo mentale. Incrociando lo sguardo, Elena e Thorne si erano capiti perfettamente. Lui conosceva bene il Presidente di persona da mesi, ma ricordava chiaramente la sua prima volta. Funziona così, non c’è niente da fare. — Signori, sapete meglio di me cosa sta succedendo là fuori. Il mio ruolo mi impone prima di tutto di lavorare per garantire la sicurezza... Immaginate che nei prossimi giorni/mesi ci trovassimo di fronte al Big One sulla Faglia di Sant’Andrea, per fare un esempio. Ci troviamo in una emergenza di sicurezza nazionale... Il Presidente aveva parlato in tono meccanico, innaturale. La premessa sulla sicurezza era d’obbligo, non poteva risparmiarsela. Tuttavia a Elena sembrava chiaro che quelle parole nascondessero un non detto assai più interessante. A togliere le castagne dal fuoco arrivò deciso l’intervento di Thorne. — Eppure la gente scende in piazza e chiede Nettuno. Non capisco neanch’io, ma potrei anche adeguarmi. Nessuno governa totalmente contro il volere della gente, questo è indubbio, lo insegna la Storia. — proclamò il generale, facendo un grande respiro per aumentare l’enfasi. Poi proseguì, in tono diretto ben poco formale. — Se la gente in massa chiede Nettuno, dovrà averlo, in qualche modo. Diversamente c’è il rischio che venga giù tutto. Contro i vulcani non possiamo fare altro che proteggere le persone. Su Nettuno invece possiamo davvero fare la Storia, quella con la S maiuscola. Direi che non è poco, non crede anche lei, presidente? — Va bene, Thorne, io in fondo la capisco bene, mi creda. Ma le risorse non sono infinite. Se c’è la priorità di sicurezza per eruzioni e terremoti, noi dovremmo in massima parte indirizzarle lì, capisce? — intervenne il dottor Klein, togliendosi gli occhiali da vista vecchio stile, dotati di lenti tradizionali. Harlan «Hawk» Thorne non si lasciò cogliere impreparato: — La strategia è l’arte di usare bene il tempo e le risorse a disposizione. Se l’obiettivo è la vittoria, la cosa migliore è preoccuparsi prima di tutto del tempo. Se arriviamo primi vinciamo tutto, facciamo saltare il banco. Quando vinci le risorse si rigenerano da sole, per naturale conseguenza. Prima di intervenire, il Presidente Whitmore lo fissò con il volto corrucciato per alcuni interminabili secondi, generando un senso di gelo. — Capisco cosa intende, generale. Stavo ragionando su quello che sta accadendo in Cina. Sapete anche voi cosa ci riportano CIA e SFD: il loro Governo è pressato a spendere cifre abnormi per i vaneggiamenti di quei fanatici guidati dal vecchio Kong Zahoui... — Appunto, — ribattè Thorne, approfittando di una pausa — immaginiamo per un attimo che i Cinesi entro uno o due anni arrivino davvero a Proxima Centauri B... E se vi trovassero segni di vita, o addirittura scoprissero che è davvero abitabile? — Esattamente — confermò il Presidente, annuendo con decisione. — Dobbiamo tenere conto che l'opinione pubblica globale è volubile: ormai la sociosfera cambia direzione a velocità supersonica! Un trionfo Cinese per noi sarebbe disastroso. Credo che lei abbia ragione: il fattore chiave è il tempo. Elena stava ascoltando quello scambio di battute come in trance. La discussione, partita senza il minimo preambolo, l’aveva spiazzata. Inoltre stava faticando non poco a concentrarsi: i suoi occhi cadevano alternativamente sulle pieghe del vestito del Presidente, chiaramente di alta sartoria ma vagamente scomposto, come fosse usurato. Poi la pettinatura, curata e formale, che però lasciava intravedere qualche inattesa ciocca ribelle. Il Presidente, nonostante tutto — pensava — non riusciva a nascondere il peso delle sue responsabilità. Temeva di essere interrogata proprio in quel momento, mentre cercava di ritrovare la necessaria attenzione. Fu invece la volta del dottor Brown. — Generale, veniamo al punto davvero, allora. Se la gente vuole Nettuno, noi siamo pronti per darglielo? Abbiamo almeno una sonda, un sistema qualunque, che può spiegare al mondo il mistero di quel suono costante a bassa frequenza e di quei parametri anomali nell’orbita? — domandò con voce ferma, puntando i suoi occhi scurissimi dentro quelli di Thorne. — Su questo farei intervenire la dottoressa Vasquez, se permette. È lei la persona più qualificata per darci questa risposta. — gli rispose lui. Il suo turno era inesorabilmente arrivato. Il presidente si era posto in attesa, i gomiti appoggiati sul tavolo. Elena respirò profondamente. Cercò di riempire con il coraggio e con la determinazione l’assenza di sé che la perturbava fin dall’ingresso in quella stanza. Poteva farcela, ma doveva forzare. Non esitò a farlo con tutta l’energia residua che aveva in corpo. — Signor Presidente, egregi signori. Io non sono nessuno, e in realtà mi trovo qui per puro caso. Tuttavia sono in NASA da 25 anni, e posso dirvi alcune cose: Tecnicamente abbiamo tutto quello che serve per costruire una sonda efficiente, affidabile e dotata di tutte le tecnologie di analisi necessarie. Con l'uso di stampanti 3d al grafene senza particolari limiti di budget, il guscio si può fare in meno di tre mesi. — E per la propulsione? — domandò il dottor Brown, alzando un sopracciglio. — Per accendere e calibrare il reattore appropriato servono altri due mesi circa. Poi dobbiamo solo attendere l'allineamento... Purtroppo il nostro sistema di laser orbitali è ancora in costruzione. Non possiamo usare le vele come hanno fatto i Cinesi. — spiegò, con voce calma e modi professionali. Brown annuì compiaciuto, poi la incalzò con un'ultima domanda: — Bene dottoressa, si è parlato di tempo. In questa ipotesi, quindi, quanto durerebbe il viaggio? Elena diede una rapida occhiata al suo bracciale. — Con il profilo di propulsione a 0,35 g e velocità di crociera limitata per risparmio energia in frenata, il viaggio Terra— Nettuno durerebbe circa 31 giorni, ora più, ora meno. Sono calcoli che abbiamo già fatto più volte per ipotesi. Tutti gli altri, con il Presidente in testa, la stavano ascoltando seri e silenziosi, mostrandosi colpiti dalla sua impeccabile preparazione. Appurato intuitivamente questo, lei proseguì. — Quindi, signor Presidente, riepilogando: muovendoci subito, tre mesi per costruzione sonda, due mesi per reattore, circa tre mesi per allineamento. Poi trentuno giorni di viaggio. — concluse, continuando a non mostrare esitazioni. — Vasquez, quindi stiamo parlando di ben nove mesi! Una gravidanza, insomma! E la Cina intanto lavora... — irruppe Thorne con voce divenuta improvvisamente roca. A calmare l'animo del focoso generale intervenne il consigliere Klein, in tono pacatissimo. — I tempi tecnici sono quelli, direi che si tratta di un tempo ragionevole per un progetto di questo livello. I miei dubbi vertono su un'altra questione: siamo sicuri che il banale invio di una sonda senza equipaggio in loco potrà avere effetto così dirompente? Basta per «rovesciare il tavolo» del soft power globale, come sostiene lei, generale? La gente si aspetta qualcosa di straordinario... Mi viene in mente la missione Apollo, nel 1969... , dico così, per capirci... — concluse dopo aver sollevato gli occhi al cielo, incontrando al suo posto solo il soffitto grigiastro della stanza. Il Presidente Whitmore si appoggiò allo schienale della sedia e si ravviò i capelli. Elena capì che sembrava già sul punto di condurre il discorso verso le conclusioni. — Ok, eccoci al punto — sentenziò, picchiando leggermente il pugno sul tavolo — sulla propulsione siamo indietro, però sulla A.I. siamo di molto avanti. Già un anno fa la nostra A.I. quantistica più evoluta aveva calcolato che l'evento di maggiore impatto sarebbe una missione umana. Intuitivamente oggi credo proprio che avesse ragione: dopo la sonda può venire il momento dell'equipaggio, il mondo intero ce lo sta chiedendo a gran voce. Non è fantascienza: volere è potere: siamo gli Stati Uniti d'America. Lo abbiamo fatto nel lontano 1969, possiamo farlo ancora. Elena notò che Thorne aveva le guance arrossate. Dopo essersi prodigato in un grande sorriso, prima di parlare aveva allargato le braccia, riavvicinandole subito dopo, simulando così un applauso. — Signori, oltre all'Intelligenza Artificiale, abbiamo anche un altro vantaggio: la dottoressa Lin Wei. Come sapete, l'ex capo missione Nettuno cinese adesso lavora con noi, alla NASA, ogni santo giorno. Grazie anche a lei oggi sappiamo che il presunto wormhole, o qualunque altra cosa esso sia, è il mistero astronomico più grande che l’Umanità abbia mai potuto osservare. Se tocca a noi cercare la risposta, signor Presidente, io lo dico a gran voce: siamo pronti a dare il massimo! Ma la rapidità è tutto. Dobbiamo trovare il modo di fare presto! Vasquez, lei ha qualche idea? Elena non aveva potuto fare a meno di notare che il generale si era talmente infervorato da causarsi il rigonfiamento di una vena del collo. Ne era in qualche modo intenerita, trovandolo un tratto molto umano, carnale, che contrastava con la freddezza dell'ambientazione. — Bene. Visto che mi viene richiesto, illustrerò umilmente una mia proposta, peraltro credo semplice: proporrei di produrre subito due navicelle identiche con dimensioni e caratteristiche adatte al viaggio con equipaggio. Appena pronti, inviamo la prima come sonda. Se le rilevazioni ci incoraggeranno, saremo già immediatamente pronti al lancio della gemella con equipaggio. Mi sembra un modo razionale per accorciare i tempi mantenendo sicurezza. In sala si creò ancora una volta il silenzio più assoluto, disturbato solo dal lievissimo rumore delle ventole di aerazione. Tutti gli ospiti della riunione stavano annuendo convintamente in sua direzione, rimanendo in attesa di un responso da parte del Presidente. Whitmore non si fece attendere troppo: — Semplicemente perfetto.— sentenziò. — Queste sono esattamente le parole che volevo sentirmi dire. Da parte mia la decisione è presa. Klein, la informo che sono pronto a firmare un ordine esecutivo già in settimana. — Certo, Signor Presidente. Sarà mia cura redigerlo insieme allo staff. La parte difficile verrà dopo: ci sarà da lavorare ai fianchi il Congresso... Il Presidente lo guardò con sufficienza. — Guardi, io non la vedo male per niente. Politicamente siamo messi bene e poi, diciamolo, la Nettunomania preme su tutti, non c'è politico americano che non la senta addosso come un fucile puntato. Andiamo avanti decisi. La gente vuole la Neptune Voyager, e la vuole subito. E noi gliela daremo. Dopo la conclusione, Whitmore si alzò in piedi di scatto. Elena sentiva un calore profondo e piacevole irrorarle le guance e il petto. Era una sensazione che non sentiva da anni. Le vennero subito alla mente quelle volte che, da studente di astrofisica al college, analizzava certe equazioni dei grandi del passato. La bellezza della perfezione, l'ineffabilità delle costruzioni matematiche. Tutti i numeri e tutte le variabili incontrano il loro posto esatto, la loro precisa posizione e si armonizzano. Ogni tassello stava andando al suo posto. Stava sperimentando l'estasi della perfezione. Questa volta senza formule. E di molto amplificata. Ruotò gli occhi per osservare le reazioni degli altri. Thorne sorrideva, gongolante di felicità. Gli altri tre uomini avevano espressioni indecifrabili. Pensò che forse avrebbe dovuto pronunciare qualche frase di cortesia, prima di avviarsi insieme a loro verso l'uscita. Nella mente, però, aveva un unico pensiero, totalizzante. «Nettuno, aspettaci. Stiamo arrivando.»