Capitolo #15 Come una pietra che rotola El Leoncito Mexican & Cuban restaurant, 4280 S Washington Ave, Titusville, Florida— 12 Ottobre 2049, 11: 30 p.m. Cosa faccio in questo posto assurdo, vagamente psichedelico, decorato coi murales delle anime dannate? Mi è sembrato tutto un attimo, e al contempo è stato un secolo. Eccomi di nuovo: io che vivo, che respiro... Ma poi, a ben guardare, più che altro sto volando. Sono qui, sono presente, e mi vedo anche da fuori. Sono in grado di osservarmi dall'alto, come a volo di gabbiano. Sono Wei che osserva Cathy? O forse è Cathy che osserva Wei? Non saprei dirlo. Non sono più sicura di sapere chi sono. Mi sento al tempo stesso protagonista e spettatrice, palcoscenico e platea. Ieri notte, appena ritornata a casa, non potevo fare a meno di cercarli, di provare a percepirli. Quell'acqua scura, appena opalescente per la luce della Luna, non aveva niente da dirmi. Io cercavo i lamantini, bramavo il loro verso, ne presagivo la presenza. Li immaginavo lì ad attendermi, senza un preciso motivo, non so perché. Ho atteso tanto, sperando forte. In qualche modo, credo di aver pregato. Erano lì, da qualche parte, ma io non li sentivo. Nel frattempo, lentamente, il mio suono affievoliva. Si stava ritirando, lo capivo. Era come una candela che combatte con il vento. Perché mai mi abbandonava? Perché mi stava facendo questo? Cosa potevo fare per trattenerlo? Quel silenzio mi scavava, mi uccideva piano piano. Dargli del tu, certo, ecco la novità. Era giunto il momento di farlo. L'ho deciso a notte fonda, rivoltandomi nel letto. Nell'insonnia ti ho parlato. Ti ho cercato in ogni modo, ti ho evocato con la mente, ti ho cercato con la bocca e con il cuore. Ti ho chiamato e tu non c'eri. Non ero mai stata così sola in vita mia. La tristezza mi ha spossata; dopo poco, senza sonno ho chiuso gli occhi. Ti ho sognato: è stato bello. Anche questo sembra un sogno. Luci gialle e fucsia vivo, suoni rudi di chitarre un po' distorte. Sto seduta tra i colori più sgargianti e i toni cupi, tra gli sguardi delle facce disegnate sopra il legno del bancone e gli astratti stralunati del soffitto. Dentro agli occhi e fisso in mente ho un manichino. All'ingresso del locale c'è una porta in legno blu, fittamente cesellata. Poco sopra una finestra, dalla quale si intravede una figura col sombrero, che sorride a mano alzata, congelata in un saluto. L’uomo, appunto, non è vivo: è un manichino. John mi ha detto che si chiama «El muerto riendo». Raffigura un tizio talmente allegro che persino dopo morto continuava a ridacchiare. Sarà vero? Certamente! Però adesso non fa ridere per niente. John di colpo si è fermato, ripiegato su sé stesso, gli occhi fissi sul portatile «da guerra». Muove solo i polpastrelli e le pupille. — Dammi solo una mezz'ora. Mezz'oretta e siamo pronti per andare.— è tutto quello che mi ha detto. Lui non mangia, non ha fame. Io al contrario devo farlo: so di averne un gran bisogno. Questo piatto di fagioli neri e riso qui si chiama moros y cristianos. Strano nome. Mi è sembrato affascinante. Mangio piano, ho un po' di tempo. Il mio sogno questa notte è stato nitido, perfetto. Ci ripenso, lo rivedo. Una madre e il suo bambino, nella luce dell'estate. Lei lo allatta e poi si sposta, si ritrae con un sorriso. Quello piange, con il viso che si gonfia e che arrossisce. Grida forte, è disperato. Passa un attimo, un istante lungo e breve al tempo stesso. Poi la mamma si avvicina e lo riattacca. Le manine strette a pugno sopra al seno, gli occhi chiusi, quel visino che rischiara e si rilassa. Lei che ride, e poi sospira. Madre e figlio sono all'estasi, sono ancora più felici di prima. E così mi sono alzata e sono corsa in fondo al molo. Ecco il verso, finalmente l'ho sentito. Non funziona con l'orecchio: ti attraversa dalla pelle, buca i pori. Lo traduco: è una famiglia. Il richiamo dice ai figli di seguire padre e madre, di restare muso a coda. Non è un canto, è qualcos'altro. Mi ha riempita e soddisfatta come il suono. La famiglia lamantina è andata via, salutando con le code e con i dorsi a pelo d'acqua. E il mio suono era tornato. John mi parla. Ha finito il suo lavoro, poi dovrò parlare anch'io. Come ha fatto questa mattina alla base a capire quello che stavo per proporgli di fare? Glielo dico, lui mi spiega. Dice che noi due siamo diversi, ma allo stesso tempo uguali: è come se ci fossimo sempre conosciuti, non abbiamo bisogno di molte parole. Poi scherza sul messaggio del Generale Thorne che Elena ci ha letto oggi a voce alta. Riesce addirittura a citarne testualmente tutta la parte finale: «Sappiate che da oggi in America tutti quelli che contano davvero sono dalla nostra parte. Nei prossimi mesi, come NASA, come USSF e come Nazione intera, all'orizzonte abbiamo un obiettivo preciso, e questo obiettivo si chiama Nettuno. Vi saluto con un'iperbole, che però— credetemi— non è poi così lontana dalla realtà: DA OGGI AVETE CARTA BIANCA. Chiedete qualsiasi cosa e vi sarà concessa!» John sorride, è vulcanico e gioviale come sempre. Come diavolo fa? Non riesco a non preoccuparmi per quello che stiamo per fare. Lui mi dice stai tranquilla; mi dimostra sullo schermo che alla fine è tutto pronto: ha impostato un tragitto sicuro, che ci renderà invisibili alle telecamere e ai sensori. Ha chiamato un taxi anonimo (solo lui sa com'è possibile), ha preparato un badge di ingresso anche per me, che sono estranea alla sua base e non potrei mai avere un permesso per l’accesso fuori orario. Ride piano mentre agita le braccia. Dice che Prometheus ci aspetta con ansia. — Anche il ragazzo, credimi, non vede l'ora. Poi si alza e va a pagare i miei fagioli e la sua birra. Ancora una volta sembra leggermi nel pensiero: — Non siamo mai stati qui. No ci ha visti nessuno, garantito. Li vedi quei ragazzi? — mi sussurra, indicando un gruppetto di persone vestite con tute da ginnastica di un tessuto traslucido nero — Loro sono i numeri uno, tra gli smanettoni sono a un altro livello. Ho provato più volte a convincerli a lavorare per me, ma sono cocciuti. Hanno sempre in testa le loro teorie anarcoidi e libertarie. Bellissime, eh, ma temo velleitarie. In ogni caso— conclude— questa Free Zone la garantiscono loro. Stai tranquilla: al Leoncito si sta come in una botte di ferro. È quasi ora, ci diciamo, adesso andiamo. Mezzanotte e dodici minuti. Per arrivare al centro che rinchiude Prometheus ci vorranno circa ventidue minuti, forse meno. Dopodiché, una volta entrati, avremo una finestra di due ore per fare quello che dobbiamo fare. Abbiamo deciso di farlo insieme, senza troppe esitazioni: entrambi siamo spinti verso quella direzione, ci è sembrata naturale. Adesso però sulle spalle sento il peso della scelta, sento tutto. Sono una pietra che rotola, trascinata a fondo valle dalla forza degli eventi. Ma tu ci sei, adesso, tu mi sei tornato dentro. Io ti sento, e questo basta.