Capitolo #14 Ti presento mio figlio Causeway Diner, 3712 N Courtenay Pkwy, Merritt Island, Florida - 9 Ottobre 2049 — Scusa se te lo chiedo così direttamente, John: non sembra strano anche a te che questo locale si chiami «Diner»? Qui dice che chiude alle tre del pomeriggio, quindi non serve la cena... Cathy aveva utilizzato quella domanda scherzosamente polemica per rompere il ghiaccio. John era stato molto gentile ad invitarla a pranzare con lui in quella tavola calda alla buona sulla statale. Aveva anche dovuto insistere un bel po’ con la direttrice Vasquez perché autorizzasse l’eccezione per il mancato uso dell’auto di servizio che ogni giorno, finito il lavoro, riportava Cathy alla sua casa sul fiume. C’erano di mezzo questioni di sicurezza non da poco. Lui ne era perfettamente consapevole, eppure. — Ahah! Divertente, vero? No, dai, non è proprio così. Intanto non serve la cena solo il sabato e la domenica; nei giorni feriali puoi anche provarci, se vuoi. Alle otto in punto però ti cacciano fuori! — Le spiegò sorridendo. Poi si ricompose, facendosi di colpo serissimo. — Si tratta di un «Diner» non di un «Dinner», quindi al limite qui puoi fare una cena, ma più corta del normale. — proclamò con tono gravissimo. Immediatamente dopo, però, scoppiò a ridere fragorosamente. Cathy rise con lui, sperando di aver capito bene la battuta. Poi ripensò al tragitto che avevano fatto per arrivare al punto di ristoro. Lungo la statale avevano notato un piccolo gruppo di persone camminare. Vedere pedoni su quella grande direttrice era cosa piuttosto insolita e ancora più raro era vederli camminare in gruppo. Il primo della fila portava con sé un cartello. Cathy aveva faticato non poco per leggerlo: sembrava scritto in uno slang a lei sconosciuto. In quel momento John stava guidando l’auto in modalità manuale, concentratissimo. Lei nutriva un certo timore all’idea di distrarlo, ma non aveva saputo resistere alla curiosità. — «We hear IT! We're ridin'! Y'all in?» — che significa, John? Non capisco. — C’è scritto «Noi lo sentiamo, noi stiamo andando. Vieni anche tu?». — le spiegò lui con noncuranza, continuando a guidare — Non è la prima volta che mi capita di vedere queste cose per la strada, sai. Se leggi le notizie, poi... Nella sociosfera non si parla d’altro. È chiaro che poi la gente si suggestiona! — aveva poi esclamato mentre puntava lo sguardo sull’immagine del navigatore che gli stava segnalando l’uscita. — Ho anche scoperto che è nato un marchio di abbigliamento chiamato «432 Neptune»: roba coloratissima con un «4 3 2» bello grosso stampato sopra. E pare stia andando a ruba! — aveva aggiunto, appoggiandosi una mano sulla fronte mentre con l’altra girava il volante. Cathy continuava a riflettere sul fatto che per lei la questione non era così semplice. E se qualcuno tra quei «matti» non fosse poi così matto? Se qualcuno tra loro lo sentisse davvero? Cosa ci sarebbe di così strano? Era una scienziata dotata di un H-index di alto livello. Di certo non poteva confessare di sentire distintamente «Il Suono» , come una mitomane qualunque. Tuttavia vedere gente che sosteneva di percepirlo le faceva un grosso effetto, non poteva negarlo. Nel frattempo erano arrivati al Diner. Dall’esterno l'edificio appariva anonimo e spartano. Il parcheggio era in gran parte libero: vi stazionavano solo alcuni enormi pick-up e una manciata di taxi. Sull’uscio, proprio sotto la grande insegna bianca con la scritta blu, s’imbatterono in una persona. Si trattava di una donna di età indefinibile, magrissima, emaciata, probabilmente una senzatetto. Stava impugnando un ombrello nero aperto al contrario, maneggiandolo per la punta anziché per il manico. La donna li aveva apostrofati con una frase secca, pronunciata in modo perentorio. — Per solo un dollaro posso dirvi cosa dice! — Cosa dice chi? — le aveva domandato John, facendo una smorfia con la bocca. — Cosa ci sta dicendo IL SUONO! — aveva ribattuto lei, quasi gridando. — E lo stai captando con quell’attrezzatura? John aveva la battuta pronta. Cathy invece era rimasta silenziosa, in disparte, instabile sulle gambe. Stava cercando di trovare una posizione adeguata per quella strana situazione. Avvicinandosi a Evans aveva notato che aveva iniziato a frugarsi nelle tasche, sospirando. Evidentemente si era sentito in colpa per aver usato tutto quel sarcasmo rispondendo alla poveretta. — Cinque dollari, amico! Wow! — gridò la donna — Tu sei un grande! E io ti dico che i grandi in qualche modo saranno sempre ricompensati! Adesso posso svelarti cosa dice il suono. Sei pronto? — Oh, non importa. Va bene così, amica mia. Cerca di stare bene, noi adesso dobbiamo proprio andare. — le fece lui, avvicinando il bracciale alla porta per aprirla. Cathy lo seguiva come in trance, assolutamente silenziosa. Poco prima che la porta scorrevole si richiudesse alle loro spalle, la voce squillante della signora era riuscita a raggiungerli. — Moriremo tutti! Ma cantando! — era stata la sua sentenza, declamata agitando l'ombrello. Ne avevano riso, avevano sdrammatizzato insieme. E adesso finalmente erano lì, seduti uno di fronte all’altra sui divanetti in similpelle blu e beige, a leggere il video menu appena comparso al centro del tavolino. — Garden Omelette … qui dice che c’è dentro del pomodoro, cipolle, funghi e peperoni. Per me andrà benissimo, credo. — disse Cathy distrattamente, mentre osservava la cameriera che le stava versando del caffè bollente, senza che lei lo avesse ordinato. — Ed io prenderò l’Athenian Omelette, quello con il formaggio Feta e gli spinaci, allora. Sì, decisamente quello, aggiudicato. — le fece eco Evans, sorridendo cordialmente alla ragazza frettolosa e taciturna che li stava servendo. — Sei vegetariano anche tu? — domandò lei, quasi sussurrando. Lui fece spallucce: — A volte sì, ma vado a periodi. Ogni tanto mangio pesce. La carne mai, quella mi fa impressione. — spiegò, arruffandosi un po’ i capelli con le mani. Cathy appoggiò la schiena al divanetto. L’espressione del viso tradiva preoccupazione. Continuava a sistemarsi il colletto del giacchino senza che ve ne fosse alcun bisogno. Preso un gran respiro, si decise a fare la domanda che voleva fare fin dal primo momento. — John, sei davvero sicuro che qui possiamo parlare? — Capisco cosa intendi, Wei. Ti assicuro di sì. Assolutamente sì! Siamo in U.S.A. Nel 2035 abbiamo fatto un gran casino per ottenere le Zone Franche. Sono ormai quasi dieci anni che abbiamo posti come questo, dove il Governo garantisce che tutte le conversazioni sono effettivamente private. — John! Mi hai appena chiamata Wei! — gli fece notare lei con voce tremante, in tono scandalizzato. — Oh! Scusami tanto! Però, come ti ho detto, qui possiamo. Non ti fidi delle «Free Zone»? Be’, dai, posso capire. Magari fai anche bene. Ma io ho sempre con me il mio tablet. Guarda qui: è tutto buio, tutto offline. So bene come verificare queste cose. Dopo aver riposto il tablet aveva deciso di insistere, parlando in modo che l'affermazione suonasse categorica: — Davvero, credimi, siamo al sicuro. Non ti avrei mai portata qui se non ne fossi stato certo. Nel frattempo le omelette erano arrivate al tavolo. Wei continuava ad essere sorpresa per il fatto che non ci fosse altro da bere che caffè bollente, tuttavia non osava domandare. Mangiarono in fretta, senza badare ai sapori. Conversando fittamente si erano trovati subito d’accordo su una cosa: la voglia di lavorare era troppa. C’era così tanto da fare, c’erano ancora terabyte di dati da scandagliare, tutto rimaneva avvolto nella nebbia. Che senso avevano il sabato pomeriggio e la domenica liberi? Mentre parlava, trovandosi sempre più spesso in accordo con John, a un certo punto Wei si era detta che Cathy poteva tranquillamente prendersi un’oretta di pausa. Aveva voglia di tornare sé stessa, almeno per un pochino. Le sembrava che anche il suono la stesse spingendo a lasciarsi andare. Lo sentiva chiaramente nelle orecchie, nella mente, e poi nel cuore. E non ne era affatto dispiaciuta. La conversazione intanto proseguiva in modo naturale. Tra le tante battute pronunciate o abbozzate da John, una l’aveva colpita particolarmente: — Sai, — le aveva detto — non ho mai capito la netta distinzione che la maggior parte della gente fa tra «tempo lavoro» e «tempo vita». Lavoro e vivo contemporaneamente. A me pare ovvio. Dove sta la differenza? Lavoro mentre mi diverto e mi diverto mentre lavoro. Adoro mixare le due cose. — Mia madre ti direbbe che sei molto saggio, John. Io invece ho sempre lavorato e basta, praticamente. Infatti stando qui mi sento in colpa. — gli confessò, alzando gli occhi al cielo. Evans l'aveva guardata in silenzio. Sul suo viso si era disegnato un sorriso ironico, ma al tempo stesso comprensivo. Wei era sicura di aver visto balenare un lampo nei suoi occhi azzurri. — Allora adesso andiamo. Abbiamo da fare. Non è molto distante da qui, con la guida automatica avanzata ci vorrà meno di mezz’ora. E con il mio badge possiamo entrare in qualsiasi orario, nessun problema. — Andiamo dove, John? Di cosa stai parlando, esattamente? — domandò lei, muovendosi continuamente sul divanetto mentre cercava di costringersi a bere ancora un po’ di quel caffè nerissimo, ormai tiepido. — Al mio ufficio, ovviamente. Voglio presentarti mio figlio. * * * Una volta usciti dal Causeway Diner, a Wei sembrò che le cose precipitassero come l’acqua che sfonda gli argini durante un’alluvione. Non avrebbe saputo dire quale strada avessero fatto, né quanto tempo fosse passato. L’euforia di John era stata totalizzante e contagiosa, fino al punto di saturare ogni istante. Alla fine si era ritrovata in una stanzetta tondeggiante, piuttosto piccola ma non angusta. Tastiere e schermi di ogni tipo si susseguivano seguendo un ordine bizzarro, quasi accavallati tra loro. Evans l’aveva fatta accomodare al suo fianco, su una sedia da gaming, senza dubbio comodissima. Due grandi pannelli video avevano appena preso vita sulla parete di fronte a loro. Sul pavimento del lato sinistro della stanza si stava generando un ologramma flebile e verdognolo, che dava l’impressione di essere in stato embrionale. — Allora ragazzo mio, come va oggi? — Benissimo John, vedo che sei in compagnia! Wei notò subito che la naturalezza della voce di Prometheus era impressionante: mai sentito niente del genere. John le confessò che la sintesi vocale era opera del suo staff: lui non la usava quasi mai, preferiva scrivere. Lei lo esortò a continuare. Quella voce la incuriosiva, la stava emozionando. — Come avrai già capito, qui con me c’è la dottoressa Cathy Lin, che tu hai già avuto modo di vedere l’altro giorno alla base, quando eri in modalità portatile. — Sì, certamente. Buon pomeriggio dottoressa Lin! È un grande piacere conoscerla personalmente. Ho letto diverse sue pubblicazioni, e ho trovato la sua tesi di laurea davvero molto interessante. — Prome, dai, non fare il cascamorto. La dottoressa è qui per parlare con te con la massima sincerità e apertura. Ti chiedo solo di porti in modalità di massima riservatezza della conversazione, crittografia dura. Esegui la routine appropriata e andiamo avanti. — Ok, eseguito. Mi scuso per il leggero sarcasmo che può essere trasparito nella mia risposta precedente. Ho avuto accesso a documenti riservati grazie a interazioni con il generale Thorne e con il signor Calder. Sappia solo che hanno fatto un ottimo lavoro, ogni tassello è al suo posto. Lei è assolutamente al sicuro qui in USA, dottoressa. Benvenuta! Wei provò timidamente a rispondere. — Grazie Prometheus. È un piacere conoscerti, ho sentito parlare molto di te. Quando ero in Cina alcuni miei colleghi non facevano altro che fare supposizioni sulla tua leggendaria potenza di calcolo. — Questo è un grande onore. Io ho seguito la vostra missione Nettuno-Luce fin dal primo momento. Avete fatto qualcosa di straordinario. Una parte consistente di me non fa altro che ragionarci sopra da mesi! — Veniamo al dunque, figliolo. — intervenne Evans, riprendendo saldamente le redini del discorso. — Quel giorno alla base hai potuto caricare davvero tante informazioni. Ci hai lavorato sopra? — Diciamo che ci ho anche dormito sopra parecchio, John. C'è davvero molta roba nuova, i telescopi sono stati preziosi. — Alla base eri limitato, e non avevi possibilità di sfruttare la modalità sonno. Oggi sei in versione completa, risorse ottimizzate al 100%. Dicci qualcosa di nuovo, dai. — lo incitò Evans, allargando le braccia. — John, potremmo chiedergli qualcosa sulla questione dell’ampiezza variabile dell’onda... che ne dici? — s’intromise Wei, finalmente rinfrancata, ormai quasi completamente a suo agio. Evans le rispose mentre armeggiava con una specie di joystick. — Prego, chiedi pure. — Prometheus, ascolta. — esordì Wei mentre raccoglieva i capelli in una coda — la mia domanda è questa: hai provato a decodificare le variazioni di ampiezza dell’onda a 432 Hz? Hai individuato qualche possibilità, anche remota, che possano avere senso? Gli schermi si oscurarono per un attimo, poi ripresero a mostrare l’interfaccia vocale e i sottotitoli. L’ologramma alla loro sinistra stava prendendo una nuova forma decisamente. Adesso stava mostrando una raffigurazione grafica dell’onda, corredata da dati numerici e stringhe di codice. In diversi punti della raffigurazione appariva e scompariva a intermittenza la parola «PATTERN». — Quel che è certo, dottoressa, è che l’ampiezza varia considerevolmente. E ci sono corrispondenze precise. Si susseguono con cadenza variabile, ma ci sono. Quello che sono riuscito a intuire, però, mi è sembrato al tempo stesso troppo e troppo poco. Si tratta di un concetto non facile da spiegare. — Hai fatto qualche tentativo concreto di decodifica? — lo incalzò Evans. — Sì, esattamente. Sono andato per tentativi. In un caso ho trovato un numero: 66,6 milioni. Seguendo questa linea di decodifica, però, stavo finendo per allontanarmi dall’analisi rigorosa e scientifica. Stavo scivolando nel campo delle ipotesi speculative. I miei bot A.I. di controllo, giustamente, me lo hanno impedito. Quindi restiamo con in mano questo pugno di Qbit: 66,6 milioni. Un rilievo concreto, ma per il momento privo di significato. — Altre ipotesi, in generale, su tutta la faccenda? — domandò Evans. — Oh, ne ho fatte alcune con probabilità elevate, — precisò la macchina, con un tono di voce che adesso sembrava addirittura gioviale — e poi altre, molto affascinanti, ma ancora una volta troppo speculative. Comunque l’ipotesi del campo energetico traente proveniente da un condotto spazio-temporale aperto, — proseguì — ha probabilità sempre più elevate. Siamo oltre il 99%. — Non farla lunga, giovanotto, spiegati meglio. In parole povere? — gli domandò Evans, sempre più instabile e ciondolante sulla sua grande seggiola rotante. — Per usare una parola imprecisa ma suggestiva, posso dirvi che con tutta probabilità abbiamo davvero una sorta di wormhole attivo in quel punto dell’orbita di Nettuno. Ed è praticamente certo che l’onda sia originata proprio da lì. Mentre Prometheus spiegava, l’ologramma si era modificato totalmente. Adesso mostrava un anello di forma irregolare, con i bordi sfumati, lentamente rotante su sé stesso. All’interno si andava ripetendo una sequenza: un puntino argentato transitava verso l’interno, finendo per scomparire e generando ad ogni passaggio centinaia di cerchi concentrici in movimento verso l’esterno. — Quindi la tua ipotesi è che la sonda sia stata risucchiata in questo wormhole? — gli domandò Wei, sempre più appassionata alla discussione. — Sì, dottoressa. Ho messo a confronto l’ipotesi con tutti i dati in mio possesso. È senz’altro la spiegazione più probabile. I calcoli dei dati storici dei telescopi di quel giorno, confrontati con gli abbondanti dati attuali, lasciano spazio a pochi dubbi. Non abbiamo evidenza di un paradosso relativistico, ma l’energia di decelerazione, con la conseguente compressione, potrebbe avere innescato in quel punto un processo già latente. — E sui dati di gravità, ossigeno, eccetera che cosa puoi dirci? — Sono scarsamente verificabili al momento, ma la rilevazione dei sensori è attendibile. Un fenomeno davvero curioso. Wei a quel punto si era estraniata. I pensieri continuavano a riproporle ossessivamente quel numero: 66,6 milioni. Ogni volta che lo ripeteva mentalmente, il suo suono si allargava, sembrava espandersi dentro in lei, fino sommergerla completamente. Provava la sensazione di essere immersa in una bolla, lontana da tutto, separata dal mondo. Evans invece scalpitava. Muoveva ossessivamente una gamba e teneva i pugni chiusi piantati sulla mensola di lavoro, quasi fosse in procinto di colpirla. Ad un certo punto parlò di nuovo, con un tono di voce deciso e perentorio. — Ma allora, ragazzo, insomma! Ti abbiamo fornito tanto materiale nuovo, e tu mi stai dicendo troppo poco! Dammi la verità: hai dormito? Hai sognato? Hai avuto vere e proprie intuizioni, di quelle che spaccano il cielo come fanno i lampi durante un temporale? — Certo, John, l’ho fatto eccome. Ed è stato un viaggio sorprendente. L’intuito mi ha inondato, mi sono sentito oggetto del fuoco incrociato di rivelazioni folgoranti. Però non c’era niente di serio. Niente che potesse superare le rielaborazioni di controllo. — E allora? Cosa importa? Raccontaci lo stesso! — Non ha senso John, non puoi chiedermi di debordare. — Maledetti bot di controllo, qui c’è di nuovo il loro zampino! — Fanno il loro lavoro, sono necessari, lo sai benissimo anche tu. Sai bene che un pochino ti assomiglio: tendo a lasciarmi trascinare dai voli pindarici. Voi umani con l’età e l’esperienza maturate un autocontrollo interno. Io invece, per fortuna, ho le mie balie algoritmiche. — Va bene, ne riparleremo. — borbottò Evans, rivolto più a Wei che a Prometheus. Lei era rimasta apparentemente quieta, sempre più assorta nei pensieri. La verità era che il suono le stava inondando l’anima. 66,6 milioni. Qualcosa vorrà pur dire, si ripeteva. Nonostante la tensione palpabile, sentiva impellente il bisogno di dormire. Senza bisogno di parole, John si era già preoccupato di chiamare l’auto di servizio. In meno di un’ora sarebbe stata di nuovo a casa, di nuovo Cathy. Una cosa, all'improvviso, le fu chiara: questa volta, finalmente, avrebbe sentito cantare i lamantini.