Capitolo #13 Quella voglia di toccare il cielo Astrophysics Data Analysis Lab (ADAL), Kennedy Space Center, Florida - 5 ottobre 2049, ore 7:55 a.m. — Cathy! Bene arrivata, ti stavamo aspettando! — Buongiorno Elena, sono in ritardo? — Ma no, assolutamente no! Siamo noi in anticipo perché , come sai, oggi è il grande giorno... — Sì, non vedo l’ora, a che punto siamo allora? Hanno aperto? Per la prima volta essere chiamata «Cathy» non le aveva fatto particolare effetto. Iniziava a sentirla come una cosa naturale. Elena era stata diretta, assolutamente spontanea. Venire accolta con tanta naturalezza e confidenza le aveva fatto molto piacere. Quella mattina l’Astrodata Lab era tutto un fermento. — Thorne è stato di parola, lo ha fatto davvero: il puntamento è attivo da tre giorni, ormai. Tra pochi minuti ci daranno accesso. — proclamò Vasquez rivolta ai colleghi, visibilmente impazienti. L’Astrodata Lab era una saletta di media ampiezza, con poche postazioni a sedere e diversi piani di lavoro rialzati, in stile tavolo da architetto. Monitor classici e olografici si alternavano un po’ ovunque. Sul lato finestrato c’erano alcune piante tropicali in vaso e una serie di piccoli tavolini appartati per le pause. In stanza in quel momento c’erano una decina di persone. In piedi davanti a un monitor-visore 3d Cathy riconobbe subito i capelli rossi del dottor Liam O’Connor. Fu lui ad intervenire per primo. — Eccoci, i dati stanno iniziando ad arrivare. Arriva tutto insieme, hanno puntato tutto quello che si poteva puntare. È fantastico. Potrebbe davvero essere la volta buona che riusciamo a capirci qualcosa! — aveva esclamato Liam, con fare allegro. Un attimo dopo gli aveva fatto eco Amelia Hayes, seduta in punta di sedia ad una delle postazioni fisse, gli occhi incollati ad un ologramma: — Arrivano, arrivano! C’è tanta roba davvero: Nettuno non è mai stato scandagliato così bene. Guardate qui: magnetico, radio, gravitazionale. Abbiamo di tutto e tutto quanto insieme. Per velocizzare una prima interpretazione potrei generare uno schema semplificato con il sistema A.I. … Elena Vasquez la interruppe con un gesto della mano destra. Il suo sguardo si era fatto severo. Tutto nel suo atteggiamento comunicava intransigenza. — No, non procederemo di fretta. Noi non operiamo in questo modo di solito, né tantomeno lo faremo questa volta. La situazione è troppo importante e delicata. Hayes si passò le mani tra i capelli. Poi le ripose entrambe sulla scrivania, sbuffando leggermente. — Capisco la tua impazienza, Amelia. — proseguì Vasquez — noi però dobbiamo andare avanti passo-passo. E poi, quanto alla A.I. , comunque, tra poco sarà qui anche Evans. Lasceremo a lui quella parte. Noi faremo all’antica: ci divideremo i compiti, analizzeremo tutto nei minimi dettagli, con la massima attenzione. Cathy, era combattuta. Si sentiva completamente accolta nello staff, sicuramente a suo agio. Persino il suo inglese lo sentiva migliorato, più scorrevole e naturale. In generale, era pronta a dare il suo contributo, integrandosi completamente. Eppure in quel preciso momento era come un pesce fuor d’acqua: non avrebbe saputo da che parte cominciare. L’idea di farsi avanti la intimidiva. Fu Elena, ancora una volta, a toglierla d’impiccio. — Vieni qui, Cathy, non temere. Tu ed io lavoreremo insieme. In questo momento non sei solamente una scienziata come tutti noi: sei anche la testimone di quello che è successo quel fatidico giorno alla sonda. — le disse, invitandola con ampi gesti a recarsi al suo tavolo. Non fece a tempo ad avvicinarsi che la sala fu distratta dal sibilo della porta di ingresso che si spalancava. John Evans si era appena fatto vivo, puntualissimo, accompagnato da un giovane, probabilmente un collega. Insieme stavano trasportando all'interno un ingombrante carrello, caricato con svariate attrezzature di natura indefinita. — Signori, continuate pure il vostro lavoro. Noi, come vi avevo preannunciato, adesso ci accampiamo. — esordì Evans, con voce tutto sommato tranquilla. Aveva evitato qualsiasi formalità. Trascinava il carrello quasi distrattamente, rivolgendo di tanto in tanto qualche parola al suo accompagnatore. I suoi occhi saettavano da un lato all’altro dell’Astrodata Lab, come in cerca di un approdo. Stava cercando il posto giusto per piazzare la sua roba. Vasquez sgranò gli occhi, incredula. — Cathy, devi credermi, non ho la più pallida idea di cosa intendano fare adesso questi due. — Sembrano proprio attrezzati bene, però... — rispose lei, ridendo. Ogni volta che quel John Evans faceva irruzione negli uffici del centro, non poteva fare a meno di sentirsi rallegrata. Il viso di quell’uomo sprigionava entusiasmo da tutti i pori. E poi, se inizialmente le era sembrato quasi una macchietta, con i giorni aveva imparato a conoscerlo meglio. John era senza dubbio un tipo indipendente e spesso eccentrico, come se ne vedevano assai di rado in Cina. Qui in USA, pensava, probabilmente non era così eccezionale: per la strada di tipi strani ormai ne aveva già incontrati un bel numero. Tuttavia, quando era il momento di lavorare davvero, Evans l’aveva sempre sorpresa positivamente: sapeva concentrarsi in modo assoluto ed era capace di rendersi davvero utile. Le sue competenze in campo informatico erano sorprendenti. Cosa intendesse fare quel giorno con tutti quei marchingegni rimaneva però un mistero. — Oh, scusate! Non vi ho presentato il mio amico Vikram. Lui è qui solo per aiutarmi ad allestire la postazione. Ci sono parecchi collegamenti e settaggi da fare. Voi continuate pure a fare quello che stavate facendo senza fare caso a noi. Appena siamo pronti vi facciamo un fischio. Evans aveva parlato distrattamente, senza rivolgersi a nessuno in particolare. Mentre diceva quelle poche parole continuava a scaricare moduli e apparecchiature lungo una parete vuota della stanza. Vikram si muoveva velocissimo insieme a lui, accendendo gli apparecchi e controllando di tanto in tanto su un tablet. Elena Vasquez decise che non poteva più tollerare di non sapere cosa stessero facendo quei due. — John, per favore. Cosa. Diavolo. Stai. Facendo. Vuoi degnarti di dirmelo o devo chiamare la sicurezza? Evans si arrestò, rimanendo immobile, gli occhi fissi in direzione della direttrice. Il giovane Vikram, invece, continuava imperterrito ad armeggiare in silenzio con le apparecchiature, come ipnotizzato. — Oh, scusa tanto, Elena. Ieri non ho avuto modo di spiegarti. — le disse, parlando in tono disteso — Mi avevi chiesto di organizzarmi per permettere a Prometheus di contribuire alle interpretazioni dei nuovi dati, giusto? Mentre Evans parlava, Cathy lo osservava con attenzione. La sua noncuranza nel rispondere non le sembrò affatto una forma di maleducazione, né tantomeno di presunzione. Evans, pensò, era semplicemente fatto così. Un ciclone in forma benigna. Nel frattempo lui stava proseguendo la sua spiegazione senza indugi. — Fatto sta che il giovanotto Prometheus è ancora in beta, — aggiunse, sbracciandosi in modo eloquente — quindi non lavora su un cloud accessibile dall’esterno. Inoltre grossa parte del suo lavoro lo fa appoggiandosi ad una grossa architettura «on site» che abbiamo al nostro centro... Insomma, per farlo operare decentemente da qui, abbiamo escogitato dei sistemi bypass con supporto hardware. Una cosa non facilissima da implementare, ma funziona. L’abbiamo testata bene stanotte. Dieci minuti e saremo pronti ad operare! — concluse trionfante. — Va bene, John, adesso è tutto chiaro, grazie. — gli rispose Vasquez, lapidaria. Poi continuò a parlare, rivolta a tutti gli altri. — Ok, diamoci da fare adesso. O’Connor, tu e i tuoi vi occuperete del gravitazionale. Amelia, voi siete in sei: mettetevi tre sull’ottico e tre sulle radiofrequenze. Quando avrete dati puliti e sintetici me li passate. Io e Cathy siamo qui per fare il punto e segnare coerenze e incoerenze. Confronteremo tutto con i dati in nostro possesso, ovvero con quel poco che è arrivato dai sensori della sonda grazie all’aiuto di Cathy. Confido che entro stasera l'enigma sarà un po’ meno misterioso. La sala era in fibrillazione. Tutti lavoravano alacremente, eccitati come bambini messi di fronte a quintali di caramelle. Sul tavolo di Elena e Cathy erano già pronti tre complessi ologrammi interattivi per interpretazione e confronto. Mentre i minuti passavano, molti buchi iniziavano a riempirsi. Dopo un lungo silenzio, a Cathy sembrò proprio il caso di intervenire. Lo fece rivolgendosi alla sua direttrice, quasi sottovoce. — Elena, non ti sembra rilevante questo? L’onda gravitazionale è flebile, ma c’è. Viene proprio da lì, dal quel punto esatto. Possiamo fare i calcoli, non credi? Servirebbe un oggetto di massa pari a quella della terra per generare onda gravitazionale di questa portata, giusto? E come mai nell’ottico non si vede niente del genere? — Questa è una buona osservazione. L’onda gravitazionale è chiara, ma non c’è niente di così massiccio. Però guarda qui! Un dato, proveniente da un innovativo telescopio giapponese, riportava un’increspatura nel rumore di fondo. Una piega dello spazio tempo, forse, ipotizzarono Cathy ed Elena. In quel punto c’è qualcosa di potente, ma non può essere un buco nero, è troppo poco massiccio. E se fosse un manufatto? Si domandarono. C’erano ancora molti dati da analizzare. Il tempo scorreva come accelerato. Dopo i minuti, avevano iniziato a volare le ore. Ognuno di loro faceva le sue piccole scoperte e lanciava le sue personali ipotesi. Elena Vasquez concedeva spazio a tutti: ogni opinione aveva dignità di essere valutata. Cathy era sempre più emozionata, ormai tremante. Il suono dentro di lei le era sembrato ingigantirsi. Non più forte, né più insistente: era diventato semplicemente più grande. La voce squillante di Evans giunse a tutti inaspettata. — Signori, qui abbiamo qualcosa! — disse, quasi urlando. Mentre armeggiava con i suoi schermi e le sue tastiere vecchio stile, si era infervorato non poco. Si era appena sfilato il suo inseparabile camice bianco mostrando la maglietta in cotone che indossava. Sulla sua schiena campeggiava una scritta nera, che recitava: «Don’t be frightened by fear». Cathy, scorgendola, si era sentita in qualche modo sollevata. Potere della sintesi, pensò. Evans continuò, assolutamente concentrato e sicuro di sé. — L’onda magnetica a 432 Hertz. Sembra perfetta, no? Sono sempre 432, sempre. Non si scosta di un millimetro. Su questo non ci piove, lo confermano tutti i radiotelescopi. Ma c’è qualcosa, ecco. Ho fatto analisi profonde, che puntano alla ricerca di discrepanze, di variazioni anche minime. Ebbene, come ho detto, è perfettamente sinusoidale. Però attenzione: non è tutto! — esclamò, mentre aveva iniziato a lavorare contemporaneamente su due schermi e su un tablet. In sala era calato il silenzio. Una luce verdognola aveva riempito una parete libera sul lato opposto rispetto alla postazione improvvisata di Evans. — Vi mando fuori un ologramma visivo e sonificato, così lo vedete e lo sentite live. Guardatelo, ascoltatelo: lui pulsa! Non varia di frequenza, ma di ampiezza. Di poco, però varia! L'immagine salì rapidamente, come un grosso serpente che esce dalla tana. La resa grafica dell’onda era affascinante: le spire regolari rilucevano e scorrevano con l’effetto di una vite senza fine. Un suono monotono e denso iniziò a riempire l’aria. Ciclicamente il suono vibrava, con un effetto simile a quello di un infrasuono che poteva ricordare quelli usati in certi pezzi musicali tecno-noise. Evans interruppe l’effetto scenico precisando che quel tipo di suono disturbante era un effetto della sonificazione, scelto appositamente da lui per rendere l’idea, e non poteva considerarsi perfettamente realistico. Spiegò che comunque l’idea di fondo era stata resa: l’onda pulsava in ampiezza, e lo faceva in modo irregolare. A questo punto, spiegò, potrebbe essere tentata una decodifica delle pulsazioni per capire se significano qualcosa, se contengono informazioni. Per Cathy ascoltare il suono in quella stranissima maniera era stato travolgente. Lo aveva percepito diverso da come lo percepiva dentro. Eppure era lui, senza ombra di dubbio. Anche il suo collega Yuzhe aveva provato a sonificarlo, a suo tempo, ma non ne era venuto fuori niente di particolare. Quell’Evans aveva fatto un lavoro straordinario. Pensò che si era finalmente giunti di fronte ad un avanzamento. C’erano finalmente delle possibilità che quella fosse la strada giusta. Voleva assolutamente parlarne in privato con John. Sentiva che forse con lui avrebbe addirittura potuto confidarsi. Finita la dimostrazione, nella sala era tornato il brusio delle voci. Elena fece i complimenti a Evans per lo spettacolo affascinante, ma si preoccupò anche di metterlo in guardia contro i possibili bias: — Questa cosa delle variazioni in ampiezza è perfettamente verificabile, anche con strumenti alternativi a quelli che hai usato tu, John. Se avremo conferma lavorandoci sopra, sarà una bella novità. Altra faccenda per l’altra tua ipotesi, quella che ripeti sempre, ovvero l'idea che possa trattarsi di un wormhole. Su questo sarà molto difficile avere conferme, e la scienza si basa sulle evidenze, non sulle supposizioni. — concluse, mentre allargava davanti a sé l’immagine combinata delle osservazioni ottiche dei telescopi. — Certo, Elena, — rispose Evans. — ci sarà molto da fare. Sul wormhole l’ottica non conferma e non smentisce, ma la stranezza dell’onda gravitazionale ci viene incontro. Va bene che due indizi non fanno una prova, ma insomma... possiamo comunque seguire la pista, no? — La seguiremo senz’altro, ci mancherebbe. Abbiamo un'intera settimana di tempo prima di fare rapporto al generale Thorne. Andiamo avanti. Adesso però si sono fatte le 17.30 e non abbiamo neppure pranzato. Cosa vogliamo fare, gente? La stanza fu inondata da un borbottio insistente. Alla fine fu Amelia Hayes a parlare per tutti. — Andarsene adesso sarebbe un peccato. Moriamo tutti dalla voglia di andare avanti. Abbiamo la nostra saletta ristoro qui dietro, no? Possiamo mangiare qualcosa al volo tutti insieme, sarà piacevole. Poi torniamo ancora un po’ al lavoro, fino a che ci reggono gli occhi. Io non chiedo di meglio! La proposta fu accolta con un applauso. Dieci minuti dopo tutto lo staff era seduto ai tavolini della saletta ristoro; qualcuno stava addirittura brindando con le birrette poco alcoliche del bar automatico. Cathy si accorse di essere seduta proprio di fianco a John Evans. Era sicura di essersi accomodata in un posto a caso, senza aver controllato chi fossero i commensali. Mentre cercava di mangiare qualcosa di vegetariano, scegliendo tra i nomi sconosciuti delle pietanze sul tablet del menu, fu Evans ad attaccare discorso. — Allora, Cathy, com’è andata poi con i Lamantini? — le domandò. — Ah, per ora non sono ancora riuscita a sentirne il richiamo, John. Però ieri sono sicura di averne visto uno inarcare la schiena a pelo d’acqua. Devo ancora familiarizzare prima di sentirli, credo. — rispose lei, sorridendo amabilmente. — Ok, mi pare un approccio bellissimo! Cambiando discorso, domanda leggera: ma anche in Cina va di moda questo schifo di musica che si sente qui nei ristoranti? — E che ne so, mi chiamo Cathy Lin, sono di origini cinesi ma sono nata qui, sono sempre stata in America! — fece lei, arrossendo leggermente e prendendosi i capelli tra le mani come se avesse dovuto legarli. — Ssst... hai ragione, non entriamo in dettagli, sarò sempre muto come un pesce, resterà tra noi, tranquilla. — le disse guardandola con occhi dolci ma estremamente allusivi. — Dicevi che non ti piace questa musica, John? Anche a me non piace per niente. Sono un’appassionata di musica pop vintage, praticamente non ascolto altro! — esclamò Cathy, con l’intento di scacciare via dalla conversazione la questione dello scherzo sulla sua identità. Evans, anziché ribattere, si era messo a fare cose sul suo bracciale smart. Digitava a velocità incredibile, scrollava, accendeva schermi virtuali proiettivi uno dopo l’altro. Poi finalmente alzò gli occhi, puntandoli dritti in quelli di Cathy. — Sai, Cathy, non è previsto che un utente possa scegliere la musica qui in saletta. — le fece, strizzando leggermente l’occhio sinistro — Però non è difficile, e quindi io l’ho appena fatto! Ho anche alzato un pochino il volume. Ecco.. Questa mi è sembrata perfetta! Dal sistema di diffusione iniziò ad uscire un arpeggio di chitarra. Cathy lo riconobbe subito. Era una delle sue canzoni del cuore. Lo schermo di fronte a loro, poco sopra al bancone, glielo confermò, mostrandole il titolo: [Black Pumas— Touch the sky ]