Capitolo #11 La collina delle arance Baihua Rd, Qiongzhong Li and Miao Autonomous County, Hainan, Cina - 2 Settembre 2049 Persino i taxi a guida autonoma hanno difficoltà ad arrivare qui. Qiongzhong non è un luogo come gli altri. L’auto ha tentennato, quasi fermandosi, almeno cinque volte. Ho provato a dargli indicazioni, perché io la strada la ricordo ancora bene. Ma lui niente, cocciutissimo. Deve trovare le sue mappe, i suoi percorsi memorizzati. Se vivi in città, qui niente è come te lo aspetti. Un taxi chiaramente non vive davvero, però vederlo così in difficoltà mi ha fatto quasi tenerezza. Mancano ancora tre o quattro svolte, poi ci siamo. Questo posto ha dell’incredibile. Se provi a spiegare agli abitanti che vivono effettivamente fuori dal mondo, loro sorridono. Ti sorridono e basta. Mamma ha voluto a tutti i costi tornare a vivere qui dopo la morte di papà. Ha detto «Torno a Qiongzhong perché è lì che sono nata. Ed è proprio lì che intendo morire». Affacciati sulla strada si alternano agrumeti, ruscelli, boschetti inaccessibili e compatti. La velocità di questo taxi è ridicola: sto iniziando a pensare che forse farei prima ad andare a piedi. Dopotutto, però , che fretta c’è? Lei sarà lì ad aspettarmi, confidando che prima o poi arriverò. Non è il tipo da crearsi preoccupazioni, la conosco bene. Ecco, finalmente siamo all’inizio del paese. Qui c’è la svolta per Baihua Road. Ricordo fin troppo bene queste case sulla strada e tutti quei negozi dall’aria improvvisata. Mi portavano qui ogni anno, per il Baisha's San Yue San Festival. Ricordo mi innervosiva il fatto che è una di quelle feste calcolate con i cicli lunari. Sull’influenza dei cicli lunari sulle semine e sui raccolti, già allora avevo qualcosa da ridire. Ero una bambina impertinente. Ormai ci siamo. Ci ha messo quattro minuti pieni per decidere dove svoltare. Non sente ragioni. Un taxi particolarmente cocciuto. Puoi lasciarmi qui, siamo arrivati. Questa volta ha ubbidito. Miracolo. Dovrò fare gli ultimi cinquecento metri a piedi, la strada è sterrata, praticamente un sentiero. Sto pensando che potrei benissimo orientarmi solo con gli odori. Il gelsomino all’inizio, i fichi troppo maturi a metà strada, le arance verdi appena abbozzate davanti a casa di mamma. Siamo a settembre, e tutti gli odori qui lo confermano decisamente. Eccomi arrivata. Fuori casa l'aranceto. Ecco la porta rossa. Mamma ha sicuramente appena fritto qualcosa di buono. Lo sento distintamente. Respiro. Mi faccio coraggio. Busso piano contro il legno. Aspetto. La porta si apre con un cigolio sommesso. Il mio suono sta in disparte, mi concede libertà. — Wei! Benvenuta! Me lo sentivo che saresti arrivata giusto in tempo per il pranzo! Finalmente la rivedo. Vagamente allegra, come sempre. Con quei suoi capelli arrotolati sulla nuca, il vestito sommesso, il grembiule da cucina che è praticamente un cimelio. Le mani nodose che mi toccano la faccia, quel sorriso tenue e al tempo stesso caloroso. — Ciao Mamma! Non è stato facilissimo per il taxi arrivare... Spero che poi riesca anche a venirmi a prendere! — le dico. Lei niente, sempre quel sorriso enigmatico sul viso. Mamma, adesso dove vai? Mi hai appena salutata e già mi volgi la schiena? Lo penso e non lo dico. — Vieni avanti, Wei, siediti! Ho appena fatto i peperoni ripieni fritti... Ora ci sediamo con calma e li assaggiamo. Ci ho messo quell’erbetta che c’è solo qui, voi in città non la trovate. Vedrai, ti piaceranno. Come fai a rifiutare? Nessuno fa gli Zha niangazi buoni come lei. Mi siedo a tavola, cos’altro dovrei fare? È già tutto apparecchiato anche per me. Ti ho già capita, mamma: per te andrebbe bene se pranzassimo in silenzio, sedute una di fronte all’altra, guardandoci negli occhi senza dire una parola, per poi salutarci con un abbraccio, mute come pesci. Invece dovrò disturbarti. Forse sto per rovinare tutto, non lo so. Sono venuta fino a qui per parlarti. Per una volta nella vita ho davvero bisogno di un tuo consiglio. Mi costringo. Devo proprio andare al sodo. — Mamma, sono venuta a trovarti perché non ci vedevamo da molto tempo, come sai sono stata impegnatissima con quella missione. — Certo! Come ti avevo scritto, ho visto le interviste. Sono molto orgogliosa di te! Ecco, io mi sforzo di dirti quello che devo, ma tu stai già guardando altrove. Quella grande caraffa sulla mensola della cucina l'avevo già notata entrando. Adesso ne stai versando un po' del contenuto nei bicchieri. Non riesco a capire di quale bevanda si tratti. — È un'acqua di fiori di sambuco, li ho raccolti nel boschetto. Se vuoi parliamo un po', ma prima di tutto bevi un sorso. Hai fatto un lungo viaggio! Effettivamente mi ero dimenticata di avere sete. Queste frasi da bambina le coglievo come dei velati rimproveri. «Devi essere più presente a te stessa!» — era quello che capivo. Adesso sono adulta, per carità, si cambia. Me ne sto rendendo conto. — È ottima, mamma, davvero dissetante. Ci hai messo anche le scorze di arancia, vedo... — Certo, qui non si butta via niente! Cominciamo. Peperoni e riso bianco. Un boccone, una delizia; quanti ricordi... E il suono ritorna. Si è rifatto vivo, impertinente. — Mamma, devo dirti la verità. Sono qui per chiederti consiglio. Non è tutto oro quello che luccica. — Certo! Ogni tanto arrivano turisti che ci dicono «Come siete fortunati a vivere qui!», ed io rispondo allo stesso modo. — La missione è andata bene, ma solo fino ad un certo punto. La mia sonda è sparita, al suo posto solo un'onda a bassa frequenza, mai captata prima. L'unica cosa che voglio fare è continuare il mio lavoro. Come scienziata devo capire. Ebbene, non me lo permetteranno. Ho paura di essere in pericolo. Sono riuscita a vuotare un po' il sacco. Posso anche respirare, mangiare un altro boccone, bere ancora di quest'acqua profumata. Mi dirai di stare tranquilla e lasciar correre le cose? Mi dirai di ritirarmi, come fanno le lumache? — Wei, prima di tutto: come stai? Sembra una domanda da niente, ma chiaramente non la è mai. Mamma sa sempre molto bene come e quando chiederlo. È un suo istinto naturale. Come faccio adesso a dirglielo? — Non lo so, mamma. Ho tanta energia in corpo, forse troppa. Non è quello il mio problema. Sono stata invitata ad una cena elegante a Shanghai. Ho conosciuto delle persone importanti, che mi hanno spaventata. — Ti ascolto, Wei. — E poi c'è questo suono, da quel giorno... È sempre qui, dalle parti del cuore, ed anche qui, che si infila nel cervello. Ho pensato fin da subito che quell'onda proveniente da Nettuno, che vibra a 432 Hertz, capisci? Sembra tutto collegato. Non ne ho mai parlato con nessuno. — Io di Hertz capisco poco. Questa onda ti fa male? — Assolutamente no. Io la sento come un suono, anche adesso, in questo istante. Varia un po' d'intensità, ma non disturba. A volte spinge, a volte frena. Ogni tanto dà l'allarme. Ho iniziato a chiamarlo «Il mio suono», e mi sta bene. — Allora è come quello che ho da sempre, Wei. Mi fa tanta compagnia. Prova a darmi la tua mano. Questa sua espressione seria, gli occhi fermi, con la fronte aggrottata, mi ha sempre affascinata. È una postura precisa. Sinceramente avevo rimosso. Ogni volta da bambina m'inquietava. Eccoti la mano, mamma. Adesso sono grande, resto calma. Riproviamo? — Wei, figlia mia. Non entriamo nel dettaglio, non ho i mezzi per capire. Ci saranno cambiamenti, di sicuro. Vivo isolata, ma certe cose viaggiano nell'aria, puoi sentirle anche da qui. Mi sono bastate le tue interviste per capire. Sono vecchia e so che in Cina va così: quando il palco è troppo perfetto, tra le quinte c'è un incendio. Sei in pericolo. Questo sì, questo lo sento. Come hai fatto, Mamma? Sai già tutto o lo intuisci? Certo, non c'è alcuna differenza. Devo dirti tutto quanto. Qui c'è un suono che trionfa, si fa sinfonia. Suggestione? Chi lo sa, non posso dirlo. È bellissimo ugualmente. L'occasione è da non perdere: liberarmi da ogni peso. — Le cose stanno così, Mamma. Quelle persone potrebbero volere farmi del male. E in ogni caso non mi permetteranno mai di lavorare sui misteri di Nettuno. Qualcosa mi dice che c'è molto da scoprire, non possiamo condannare all'oblio una cosa del genere. Sono l'unica persona che può evitarlo. — Ho capito di chi parli. Sono vecchia, te l'ho detto. Hai forse qualche possibilità, qualche alternativa che puoi cogliere? Sarebbe l'ideale. Questo non me l'aspettavo. Mia madre sa tutto? Non esce mai dal suo rifugio in mezzo agli aranceti, non scende giù in città da molto tempo. Conosce la storia della Cina, certo, questo sì, però... Mi accorgo solo adesso di non sapere tante cose. È mia madre, mi ha messa al mondo, mi ha cresciuta. È stata una brava mamma, piuttosto sono io a dovermi rimproverare delle cose come figlia. Eppure è chiaro: la conosco solo fino a un certo punto. Laggiù, dietro ai suoi occhi profondi, c'è dell'altro, c'è un mistero. Devo dirglielo. E lo farò. — Delle persone amiche, di cui vorrei fidarmi, mi hanno offerto una possibilità: andare via. Continuare il mio lavoro dall'altra parte del mondo, negli Stati Uniti d'America. Sembra strano, ma si può fare. Sarebbe una fuga, o un tradimento... Oppure un atto di libertà e di salvezza? Oppure tutte queste cose insieme? Si tratterebbe di diventare un'altra persona, di iniziare una vita totalmente nuova, lasciando tutto quello che ho qui in Cina. — Wei, al timone della tua nave ci sei tu. Se per fare la scelta giusta dovrai piegarti al cambiamento, non dovresti aver paura. La flessibilità è l'attributo della vita, la rigidità è l'attributo della morte. Guarda fuori: quelle canne di bambù si piegano al vento. È così che gli resistono. — Mamma, mi sento in colpa. Se accettassi di andare, con ogni probabilità non potrei mai più rientrare in Cina. Tu non hai nessuno. I nostri parenti sono andati tutti via, a lavorare in continente. Rimarresti completamente sola. Chi potrà occuparsi di te negli anni? C'è silenzio, e mi sorridi. Hai preso le mie mani tra le mani. Guardi fuori, cosa cerchi? Versi l'acqua. Bevi piano insieme a me. Poi rispondi, finalmente: — Stai tranquilla. Ho le mie arance.