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Capitolo #4
«Farò un giro in campagna»
Wuyuanhe National Wetland Park, provincia di Hainan - 12
Agosto 2049
Non venivo qui da molto tempo. Ecco le grandi rocce, ecco il
piccolo ruscello.
L’ho ritrovato subito: camminando lungo il sentiero mi è
sembrato di riconoscere ogni pietra, ogni zolla di prato, ogni
singolo filo d’erba. Venivo spesso da bambina, insieme a mia
madre. A quei tempi lungo queste rive si poteva restare soli,
completamente soli, anche per un’intera giornata. Oggi sarà più
difficile, ma non è così importante. Non mi importa neppure
sapere se sono stata seguita da qualcuno, se sono sorvegliata,
ripresa, intercettata. Non ho nulla da nascondere. Mi hanno
lasciato solo questa mezza giornata libera. Ho deciso di passarla
con me stessa.
Ho bisogno di pensare. Devo fare un po’ di ordine mentale.
Avranno anche un dispositivo che può leggere la mente, un
Pensierometro? Chissà...
Mia madre è sempre stata innamorata di questo ruscello e di
queste grandi mangrovie, con le loro radici contorte che si tuffano
nell’acqua.
A quei tempi ero solo una bambina timida, estremamente
attaccata alla mamma. Lei mi portava qui spesso, soprattutto in
Primavera. Mi diceva sempre che il momento migliore per venire
era Febbraio, quando iniziano a fiorire le Plumerie.
Ancora oggi, quando parla delle rive di questo ruscello, lei lo
chiama «il mio posto del cuore». Poi regolarmente sospira,
alzando gli occhi al cielo.
Da quanti giorni non la chiamo? Da quanti mesi non passo a
trovarla?
In effetti anche quando la sento, o quando vado a casa sua, non
cambia molto. Lo so benissimo che ci siamo perse, non dovrei
girarci intorno.
È successo quando ho iniziato il liceo: avevo troppa voglia di
crescere, di mettere tutto in discussione, lei compresa. Adesso
non so cosa fare. Gli strappi sembrano impossibili da ricucire. Il
tempo non ha intenzione di tornare indietro. Certe cose dette,
certe cose fatte, puoi anche rivederle e chiarirle, però non le
cancelli. Restano lì, diventano mattoni. Forse tra noi due si è
alzato un muro, impossibile da abbattere.
Insomma, adesso forse esagero... O forse no, chi può dirlo?
Continuo a ritornare con la mente a quei pomeriggi passati
qui, noi due insieme, parlando poco, osservando l’acqua scorrere a
valle, respirando profondamente. L'aria umida, i profumi. Tutto è
ancora un quadro vivido, presente.
Ecco, proprio adesso sta passando un pesciolino.
E tu invece chi saresti, piccolino? Sei una carpa? Veramente
non ne ho idea. Nel frattempo sei già andato.
E pensare che da bambina dicevo sempre che da grande avrei
fatto la biologa.
Se vedevamo un pesciolino, mia madre, vedendomi eccitata,
coglieva sempre l’occasione per dirmi «Lascia andare, lascia
scorrere ciò che è destinato a scorrere», o qualcosa del genere.
Ovviamente io non ero d’accordo.
Dovevo capire, non potevo non conoscere il nome di quel
pesce, la specie di quel fiore, la nomenclatura botanica esatta di
un albero. Non accettavo di non sapere. Non volevo saperne di
lasciare andare. Avrei studiato biologia per imparare per bene
tutti i nomi delle specie. Da adulta non me ne sarebbe sfuggita
nessuna.
Un’altra delle passioni della mamma era il Qigong. Lo
praticava regolarmente anche a casa, ma qui sosteneva fosse tutta
un’altra cosa. Con pazienza mi parlava di energia, di movimenti
dai nomi leggendari. Mi ricordo il Baduanjin , gli Otto Pezzi di
Broccato, con quella faccenda di «sollevare il cielo» con le mani.
Come allieva non ero affatto brava. Mi agitavo, ero distratta.
Lei spiegava che è tutta una questione di respirazione.
Ricordo bene che un pomeriggio, dopo aver consumato un
pochino di frutta portata da casa, ci siamo stese proprio qui,
sopra questa roccia piatta.
Lei aveva iniziato ad addestrarmi a respirare con lentezza, mi
diceva di svuotarmi, di lasciare che fluissero i pensieri, senza
dargli peso alcuno. Quella volta stava funzionando. Era molto
rilassante.
C’era caldo, l’ombra delle mangrovie ci riparava dal sole e si
era appena alzata una piacevole brezza. Per il resto nei ricordi ho
solo un vuoto: una volta sincronizzato il respiro, entrambe ci
eravamo addormentate.
Poi di colpo, aprendo gli occhi, la sorpresa: nel frattempo si
era fatto buio.
Ero rimasta sdraiata, gli occhi come due finestre spalancate:
su nel cielo mi era apparso uno spettacolo di luci.
Ero cresciuta in città, la città che non dorme mai. Se di notte
guardi in cielo vedi poco: qualche alone, una specie foschia.
Quella lì sarà una stella? Poi ti chiedi se è un aereo, un satellite,
una sonda o chi lo sa.
Qui nel parco è differente. A undici anni, per la prima volta in
vita mia, avevo potuto vedere il Firmamento. In realtà sapevo già
tutto delle stelle, della Via Lattea, dei pianeti. A scuola ero
sempre stata una bambina diligente. Vedere migliaia di stelle per
davvero, però, fu tutta un’altra storia.
— Da grande voglio fare l’Astronoma! — Avevo gridato
eccitata.
— Wei, è tardi, adesso dobbiamo proprio andare! Ma poi, non
era la Biologa? — aveva risposto lei, guardandomi negli occhi e
sorridendo.
Poi si era alzata in fretta, dicendomi che dovevamo chiamare il
taxi e correre al parcheggio per riuscire a tornare in tempo per la
cena.
A quel tempo papà era mancato da poco. Lei non riusciva a
smettere di pensare che ogni sera avremmo cenato tutti e tre
insieme alla solita ora. Capivo che lo aspettava ancora. In qualche
modo continuava a farlo, ogni sera.
Questa cosa mi straziava terribilmente, tutti i giorni. Tuttavia
quella sera per la testa avevo altro: sentivo che la mia decisione
era presa: avrei dedicato la mia vita alle stelle.
La passione bruciante e l'ostinazione mi hanno condotta dove
sono adesso, mi hanno resa quella che sono.
A pensarci bene, le mie scelte le ho anche vissute per anni
come una colpa. Adesso, almeno da questo lato, sono serena.
Voglio ancora bene a mia madre? Sì, certamente. Ma questa
sono io e questa è la mia vita. Ho sempre voluto viverla
liberamente. E vorrei tanto, anche oggi, con permesso, essere
semplicemente libera di lavorare, di fare ricerca, di sapere.
Ieri mattina, finalmente, ci hanno lasciati tornare alle
postazioni di lavoro. Ci hanno concesso quattro ore e mezza
secche. Non un minuto di più, ci ha intimato il direttore Chen.
Dicono che l’apertura degli accessi al cloud dell’agenzia in questo
momento è rischiosa. Sostengono che ci sarebbe Elevato rischio
di attacchi da organizzazioni estere ostili . Chissà se è proprio
vero.
Non capisco perché Chen e gli altri capi non siano al nostro
fianco nel chiedere di poterne sapere di più sulla fine della sonda.
Certo, c’è la questione della propaganda, è normale. Vogliono
la vittoria netta, il successo senza ombre. Non devono trapelare
dubbi; al momento non si deve parlare d’altro che del record di
velocità, questo è chiaro. Noi però siamo ricercatori, non
giornalisti o divulgatori. Dovrebbero solo lasciarci fare il nostro
lavoro.
Ieri hanno aperto i server, ma lo hanno fatto solo perché
volevano che stilassimo un rapporto il più possibile dettagliato
sulla missione, per metterlo a confronto con il rapporto già stilato
automaticamente dalle A.I.
Lin «Xiao Yu» è stato bravissimo: ha creato il report in meno
di mezz’ora.
Quando si ci mette d’impegno è insuperabile: può fare il lavoro
di tre persone in metà del tempo. Le restanti quattro ore, però,
sono bastate appena per leggere i dati dei sensori di backup, e
per sonificare quell'onda a 432 Hz che continua ad arrivare da
laggiù.
Sembravamo tanti pesci in un acquario, quando vedono cadere
del mangime, ed è poco per le loro aspettative.
Devo essere sincera con me stessa: non sono davvero venuta
qui per rilassarmi, non sono qui per meditare. Sono tornata in
questo posto con l'intenzione di spaccarmi il cervello tutta sola
sull’assurdità di quei dati. Un singolo output di rilevazione dei
sensori di emergenza è riuscito a partire in tempo per
raggiungere i telescopi-antenna. I sensori sono auto alimentati
singolarmente. Se la sonda fosse stata colpita da una pioggia di
detriti spaziali avrebbero continuato a funzionare per ore, forse
anche per giorni.
Invece ci è arrivato un solo ciclo coerente. Per fortuna sembra
completo, non corrotto. L’output è semplice. L’ho letto tante volte
da impararlo a memoria, poi l’ho caricato di nascosto nel mio
bracciale smart una volta arrivata a casa.
*\
#3:
{
"gravity_ms2": 9.81,
"oxygen_percent": 20.95,
"pressure_hPa": 1013.25,
"humidity_percent": 60.0,
"anomalous_signal_hz": 432.0
}
*\
La rilevazione sembra corretta.
I sensori di emergenza hanno componenti semplici e
robustissimi e sono dotati di software elementare. Un errore
software è praticamente impossibile. Un errore hardware
identico su 155 sensori in contemporanea è altrettanto
improbabile. In sala lo abbiamo visto tutti, ma non abbiamo avuto
il coraggio di parlarne. Il log conferma, segnalando strane
anomalie. L’ho riletto decine di volte.
*\
INFO - Sensor Data (Reading 3): {...}
INFO - Reading 3: Confirmed as correct and definitive by
sensor validation system.
WARNING - Reading 3: Anomaly detected: Conditions compatible
with human life near Neptune. Data flagged for review by Tianyan
AI system.
*\
Atmosfera e gravità compatibili con i parametri terrestri? Una
zona abitabile in mezzo agli anelli di Nettuno? Una cosa
totalmente priva di senso. Eppure.
Tre rilevazioni per sensore, da quel momento più niente. Poi è
rimasto solo quel segnale a 432 Hz, preciso, continuativo,
costante.
Ieri lo abbiamo ascoltato insieme, sonificato negli auricolari.
L’emozione era palpabile.
Non ho avuto il coraggio di dire agli altri che è proprio lui.
Quel suono io lo sento, è con me dal primo momento. Non ho
bisogno di strumenti. Non è una mia suggestione, ne sono certa.
Devo riuscire a respirare. Anche qui, sulla riva del
ruscello, con l’orecchio teso verso lo sciabordio dell’acqua,
continuo a distinguerlo nettamente.
In questo vuoto di senso, in questa incertezza sfiancante, inizio
a pensare che il fatto di percepirlo mi stia dando in qualche modo
conforto. Mi trovo immersa in una situazione folle,
potenzialmente destabilizzante, eppure sperimento una serenità
d'animo che raramente ho conosciuto. Dovrei parlarne con
qualcuno?
Sono una scienziata, non posso farlo adesso. Devo
razionalizzare.
Si sta facendo tardi. Chissà se riuscirò ad avere lo stesso taxi
che mi ha portata qui. Era davvero simpatico: avevo voglia di
chiacchierare per ingannare il tempo durante il viaggio, così gli
ho spiegato che stavo andando a riposarmi sulle rive di un
torrente. Gli ho anche raccontato che ultimamente mi trovo in
una situazione complessa, molto stressante. Lui mi ha chiesto se
gradivo un po’ di musica che mi aiutasse a entrare nel mood
giusto per iniziare a rilassarmi. Mi aspettavo che mettesse un
brano di quel genere musicale studiato per la meditazione, che
piace tanto a mia madre. Non siamo mai andate d’accordo
neppure sui gusti musicali.
— Va bene se metto un pezzo pop vintage, che risale al
lontano 2019? Mi è venuto in mente quello, mi è sembrato il più
adatto.— ha esordito invece il suo altoparlante.
Quel taxi aveva una voce brillante, meno compiacente del
solito. Sembrava insolitamente allegra.
— Mi è sempre piaciuta la musica degli anni ‘10 e degli anni
‘20 , quella attuale non la amo per niente! — gli ho risposto.
Ho amato immediatamente quella vecchia canzone, che non
conoscevo.
Il mio costante fischio nelle orecchie non mi dava alcun
problema mentre la ascoltavo. Anzi, ho avuto la netta sensazione
che si intonasse.
Ho salvato le informazioni del brano sul bracciale:
[ Yola - Ride out in the country ]
Credo che la riascolterò proprio adesso, camminando verso il
piazzale.
Questa notte cercherò di dormire. Sono tornata in questo
luogo per provare a darmi una spiegazione su tante cose.
In fin dei conti, però, credo di averne trovata una sola: non ho
nessuna intenzione di rinunciare a capire.